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Addio a Kirk Douglas, scompare a 103 anni l’ultima leggenda di Hollywood


Kirk Douglas, una delle ultime leggende di Hollywood, scompare a 103 anni. A diffondere la notizia è stato il figlio e a sua volta notissimo attore Michael Douglas sul suo profilo Instagram: “è con enorme tristezza che i miei fratelli [i produttori Joel e Peter, ndr] e io annunciamo che Kirk Douglas ci ha lasciato oggi all’età di 103 anni”, ricordando il grande attore e il filantropo, che prima di tutto per loro è stato “semplicemente Papà“.

Aveva festeggiato nel maggio del 2019 i 65 anni di matrimonio con la moglie centenaria Anne Buydens.  Era nato il 9 dicembre del 1916 ad Amsterdam, nello stato di New York. Il suo vero nome era Issur Danielovitch, diventato poi legalmente Isidore Demsky prima di assumere l’idnetità che gli avrebbe dato la fama. Kirk Douglas era figlio di un ebreo russo immigrato e analfabeta, ebbe un’infanzia poverissima in una famiglia con sei sorelle, vicende che ricordò in una autobiografia significativamente intitolata Il Figlio Del Venditore Di Stracci nella quale sottolineò la miseria in cui era nato e cresciuto, i tanti sforzi compiuti per emergere e la gratitudine verso un paese che con lui fu veramente la terra delle grandi opportunità.

Grazie alle borse di studio e a diversi lavori riuscì a pagarsi l’università, laureandosi in lettere e poi diplomandosi all’American Academy of Dramatic Arts, dove conobbe anche quella che sarebbe divenuta la prima moglie, Diana Dill, madre di Michael e Joel. Dopo una breve carriera teatrale e la parentesi della Seconda Guerra Mondiale, durante la quale fu arruolato in Marina, cominciò la sua carriera di attore hollywoodiano, grazie a una segnalazione di Lauren Bacall che gli consentì di essere messo sotto contratto, inizialmente, con la Paramount.

Il suo primo film fu Lo Strano Amore Di Marta Ivers (1946), noir melodrammatico in cui Douglas interpretava uno sgradevole procuratore distrettuale. È il primo embrionale tassello dello stile che lo caratterizzerà, in una stagione del cinema americano, quella del noir, che stava sostituendo gli eroi senza macchia come John Wayne e i sinceri campioni democratici alla Henry Fonda e James Stewart, l’con un modello di mascolinità più sofferta e rabbiosa, sfaccettata e psicologicamente ambigua. E le nuove stelle di quella fase si chiameranno Burt Lancaster, Robert Mitchum e Kirk Douglas.

Douglas è un interprete forte e irruento, aiutato da un volto scolpito e magnetico, che trasuda un’insopprimibile energia, però né trasparente né tranquillizzante. La gavetta è breve, c’è qualche timido tentativo anche nella commedia, che non gli si addice – anche se tra i suoi primi film c’è un piccolo capolavoro come Lettera A Tre Mogli (1949) di Joseph Mankiewicz. Douglas trova la cifra del suo personaggio nel noir Le Catene Della Colpa (1947), in un ruolo di cattivo, e ne Il Grande Campione (1949), in cui è un pugile (lui che per sbarcare il lunario aveva anche fatto il lottatore!) di grande talento ma profondamente egoista, che rinnega gli affetti e il fratello.

Kirk Douglas
Il Grande Campione, la sua prima grande interpretazione

Con questa interpretazione, che gli frutto la prima nomination all’Oscar (ne ebbe tre senza mai vincerlo, poi omaggiato da un Oscar alla carriera nel 1996) si aprono gli straordinari anni Cinquanta di Kirk Douglas, con una sequenza di film in cui si definisce perfettamente il suo carattere. Nel 1950 c’è Chimere di Michael Curtiz, cupo, notturno, parzialmente ispirato alla vita del trombettista Bix Beiderbecke, in cui Douglas è un musicista tormentato e alcolizzato con tendenze masochiste. L’anno dopo Billy Wilder gli offre la parte da protagonista ne L’Asso Nella Manica, un giornalista di mostruoso cinismo che approfitta della disgrazia di un minatore finito sepolto vivo per creare un caso da prima pagina che gli dia il successo, un ruolo nerissimo perfetto per le sue corde muscolari. Poi c’è il poliziotto crudele di Pietà Per I Giusti (1951) di William Wyler e l’anno dopo un’altra accoppiata eccellente: con Howard Hawks si misura per la prima volta nel western, genere in cui saprà ottenere risultati eccellenti, ne Il Grande Cielo, in cui ammorbidisce il suo personaggio, che diventa un coraggioso avventuriero che attraversa l’America per commerciare pelli, mosso però dal senso dell’onore e dell’amicizia, secondo il tipico cameratismo maschile hawksiano.

Poi c’è, ancora un capolavoro, Il Bruto E La Bella di Vincente Minnelli. Douglas è Jonathan Shields, titanico produttore hollywoodiano che passa sopra a tutto e tutti per ottenere ciò che vuole, un genio innovatore che però distrugge carriere e amicizie, pagandone lo scotto e avendo poi la disinvoltura di chiedere aiuto a coloro cui ha rovinato la vita. È un ruolo in cui c’è la quintessenza dello stile di Kirk Douglas, con quella sofferta complessità che però non è fatta di sfumati rovelli interiori, ma sempre manifesti, magniloquenti, profondamente emozionanti (fu la sua seconda nomination). L’apice di questa modalità interpretativa viene raggiunto con Brama Di Vivere (1956), ancora di Minnelli, in cui diventa un Vincent Van Gogh d’impressionante somiglianza, perfetto ritratto dell’artista maledetto, sul bilico della follia e anche oltre, con le stimmate dolorose del genio che lo conducono all’autodistruzione. Una caratterizzazione sbalzata e violenta che non si dimentica, e terza nomination a vuoto.

Kirk Douglas
Kirk Douglas è Doc Holliday in Sfida All’O.K. Corral, accanto a Burt Lancaster

Nel mezzo una parentesi europea, durante la quale recitò anche in Italia, L’Ulisse di Mario Camerini e cominciò a diversificare i personaggi, con l’avventuroso Ventimila Leghe Sotto I Mari per la Disney. Poi è un perfetto Doc Hollyday nel classico Sfida All’O.K. Corral (1957), western di grande successo accanto a Burt Lancaster (che è Wyatt Earp). In seguito c’è l’incontro con Stanley Kubrick, col quale Douglas indossò anche i panni di produttore. Come disse nell’autobiografia, non ci fece un soldo, ma il risultato fu Orizzonti Di Gloria, capolavoro pacifista che mostra la razionalità perversa della guerra, cui il colonnello Dax di Kirk Douglas, che difende tre militari condannati a morte per non essersi immolati nell’impresa suicida ordinata da un generale sadico, oppone tutta la forza del suo accorato idealismo.

Nel 1960 è la volta di Spartacus (1960), la storia del gladiatore che si ribella mettendosi a capo d’una rivolta degli schiavi che finisce nel sangue, per il quale chiamò Kubrick a sostituire Anthony Mann. Douglas oltre a produrlo si batté affinché venisse riconosciuto il contributo dello sceneggiatore Dalton Trumbo che, finito da anni nella Lista Nera di Hollywood, era costretto a lavorare sotto pseudonimo. Grazie a Douglas il suo nome comparve nei titoli di testa. L’attore ottenne un premio dell’American Civil Liberties Union, l’associazione per la difesa dei diritti e la libertà individuali, “per avere avuto il coraggio e la convinzione di infrangere la famigerata lista nera di Hollywood e obbligare al pieno riconoscimento di una delle sue vittime”.

Kirk Douglas
Il gladiatore Spartacus nel film omonimo diretto da Stanley Kubrick

Con Spartacus si chiude il decennio irripetibile della carriera di Kirk Douglas. Gli anni Sessanta offrirono ancora soddisfazioni all’attore, anche se progressivamente minori, pure per l’emergere di nuovi attori, modelli maschili differenti, e nuovi stili interpretativi più sfumati rispetto al tuttotondo cui propendeva Douglas. Che cercò infatti note più attenuate, come in uno dei primi esempi di western crepuscolare, Solo Sotto Le Stelle, scritto anch’esso da Dalton Trumbo, in cui è un cowboy solitario libertario che fugge a cavallo inseguito da jeep ed elicotteri (quante volte la New Hollywood riprenderà questo genere di personaggio!).

Poi ancora Due Settimane In Un’Altra Città (1962), in cui insieme a Vincente Minnelli torna ai temi de Il Bruto e La Bella, però con più disillusione e mestizia – e il suo personaggio viene progressivamente scalfito dal dubbio. Lo stesso del protagonista de Il Compromesso (1969), capolavoro autobiografico di Elia Kazan in cui Douglas è un pubblicitario di successo che riconsidera criticamente la sua vita e un intero modello sociale improntato solo al benessere materiale. Un ruolo che gli consente anche di parlare di un ambiente di immigrati che è quello da cui proveniva. Al gruppo aggiungiamo anche quella che forse è l’ultima sua grande interpretazione, Uomini E Cobra (1970) di Joseph Mankiekicz, western picaresco brillante come una commedia in cui Douglas, ormai ampiamente oltre i cinquant’anni, disegna un carattere tra cinismo, intelligenza e gagliofferia.

Negli anni Sessanta era anche tornato a teatro, per un Qualcuno Volò Sul Nido Del Cuculo, che poi sarebbe diventato, nel 1975, il primo grande successo da produttore del figlio Michael, lanciato verso la carriera fulgida che conosciamo. Dagli anni Settanta, sia per l’età che avanzava, sia per l’affermarsi della New Hollywood con attori di nuovo conio come Nicholson, Hoffman, Pacino o De Niro, non c’erano più grandi possibilità per un interprete come Kirk Douglas, che fece anche televisione e film non degni di lui, come Fury, Holocaust 2000, il fantascientifico Saturn 3 o il divertissement Due Tipi Incorreggibili (1986), per l’ultima volta accanto a Burt Lancaster.

Kirk Douglas
Un’immagine recente, con il figlio Michael e sua moglie, l’attrice Catherine Zeta-Jones

Gli proposero persino la parte da coprotagonista di Rambo, ma si fece da parte (accanto a Stallone recitò in un piccolo ruolo in Oscar. Un Fidanzato Per Due Figlie). Nel 1995 ebbe un ictus che, dichiarò una volta, lo fece addrittura pensare al suicidio, ma ebbe la forza di riprendersi. E nel 2003, riapparve addirittura in Vizio Di Famiglia di Fred Schipisi, non indispensabile gioco in famiglia, interpretato anche dal figlio Michael e dalla prima moglie Diane Dill Darrid. Sono tutte cose certo superflue, ma che in nessun modo possono intaccare la statura di quello che resta uno dei maggiori interpreti della storia di Hollywood.





Fonte: http://www.optimaitalia.com/

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Updated: 6 Febbraio 2020 — 4:24
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