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Birds of Prey, la recensione del ritorno di Harley Quinn


Suicide Squad ha cambiato per sempre la linea narrativa della DC Comics. Lo ha fatto perché in un certo qual modo ha provato a dare battaglia agli Avengers degli eterni rivali della Marvel, ma anche perché ha raccolto un manipolo di scanzonati delinquenti dando loro la possibilità di emergere e di raccontare una versione diversa della medaglia di Gotham City. Suicide Squad, nel 2016, era riuscito a massificare la conoscenza di molti personaggi secondari dell’universo DC, che al di fuori del Joker non erano mai riusciti a emergere come avrebbero meritato. Tra questi l’inevitabile Harley Quinn, che per quanto sia ben fissa nella mente degli appassionati dei fumetti americani, non aveva mai raggiunto una notorietà così vasta come quella acquisita negli ultimi anni. Per questo, in prossimità dell’uscita di Suicide Squad, si è pensato subito a uno spin-off del mondo DC Comics incentrato completamente sul personaggio al quale ha dato vita Margot Robbie, pronta anche a mettersi in gioco come produttrice per raccontare le avventure e la vita di una donna sopra le righe. Nasce così Birds of Prey e la fantasmagorica rinascita di Harley Quinn. 

Batman ha lasciato Gotham City allo squallore

Batman è completamente scomparso da Gotham City dopo gli avvenimenti di Suicide Squad e ha lasciato la città in balia di criminali e di attività losche. Mentre la città vive il dramma di aver perso il proprio eroe mascherato, Harley Quinn si strugge per aver perso definitivamente il suo amore di sempre: il Joker. Dopo un breve riassunto di quella che è stata la sua vita, che annichilisce Suicide Squad in quindici minuti circa e nel quale si ricorda anche del suo PhD, del passato da psichiatra al manicomio di Arkham, Harleen Quinzel si lascia andare a sfizi e sfarzi causati dall’abbandono da parte del genio del crimine di Gotham, del quale si parla solo, senza mai vederlo. L’intenzione è quella di mandargli un segnale, di fargli sapere che lei non ha bisogno di lui, che la sua rinascita passa attraverso le sue capacità di vivere da sola e di lottare da sola. La rivendicazione della propria autonomia e dell’essere completamente autosufficiente, spinge Harley Quinn in un vortice di situazioni sgradevoli che la vedranno protagonista solo per la sua proverbiale, nonché innata, capacità di infilarsi in tutti i guai di Gotham City.

Harley Quinn, il cui nome è un bellissimo gioco assonante con la parola “harlequin“, traduzione in inglese del nostro Arlecchino, si ritrova quindi a deridere e calpestare la figura di Joker, che si rende conto di esser stato solo che ingombrante nella propria vita fino a quel momento. Allo stesso tempo, però, Harleen deve fare i conti con quella che è Gotham: una città che non ha paura di volgerti le spalle e di venderti al miglior offerente. D’altronde parliamo della metropoli del crimine e della corruzione, nella quale sono le famiglie a fare le differenza: e proprio da qui parte quello che è il plot centrale della vicenda, che vede Maschera Nera – al secolo Roman Sionis, tra i principali nemici di Batman nonché nemesi del Cavaliere Oscuro e di Catowman – alla ricerca di un diamante dal valore inestimabile. Nel tentativo di recuperarlo, Sionis si ritrova sul proprio cammino non solo Harley, ma anche Dinah Lance, ossia Black Canary, in un primo momento assoldata e successivamente cacciata, e Helena Rosa Bertinelli, anche nota come la Cacciatrice. Accanto a loro si ritrova anche il personaggio di Renee Maria Montoya, il cui passato come partner in action di Harvey Bullock e di James Gordon viene completamente eliso dall’equazione, in favore soltanto della sua relazione omosessuale e del suo desiderio di riscatto. Le ragazze andranno a comporre, in maniera altrettanto confusionaria, la squadra che prende il nome di Birds of Prey, pronta a fare giustizia a Gotham City.

La genesi, la caduta e la rinascita

Il film assume così le sembianze di un enorme pretesto per raccontare la genesi della nascita del gruppo, ma anche per presentare personaggi del DC Exended Universe che non erano ancora mai comparsi sul grande schermo: d’altronde al netto di quanto possa essere familiare Harley Quinn, soprattutto dopo Suicide Squad, ci troviamo dinanzi a un mondo completamente nuovo, una visione di Gotham che ancora non ci apparteneva, se non per quanto riguarda Victor Sazsz, il killer al soldo di Maschera Nera che saltella di produzione in produzione cinematografica per raccontare la propria versione dei fatti. Birds of Prey risulta, così, un film completamente slegato dal resto degli avvenimenti, come se Harleen si ritrovasse in un’altra dimensione temporale, comunque successiva a quella che l’aveva vista impegnata in una relazione con il Joker: è lo stratagemma applicato dalla DC, d’altronde, che pur avendo creato un universo totale dedicato ai propri personaggi, sottolinea che la scissione tra un film e l’altro esiste. E quindi Shazam, Aquaman e Harley Quinn si ritrovano separati tra di loro, come d’altronde succede al Joker di Joaquin Phoenix, che in quanto a contenuti e resa filmica sembra di tutt’altra categoria rispetto a Birds of Prey.

Birds of Prey, d’altronde, è un film scritto di getto, con qualche dettaglio perso qui e lì, su alcuni dei quali il cast decide anche di ironizzare donando qualche sporadica risatina a denti stretti. Per il resto è un continuo alternarsi di scene d’azione, di pugni e calci, di ossa rotte e coreografie ritmate che mettono in risalto l’attenzione più per il movimento quanto per il contenuto. Il fulcro resta inevitabilmente Harley, mentre le comprimarie risultano inserite nel contesto esclusivamente per dare vita a un gruppo e giustificare la loro presenza nel titolo del film stesso. In mezzo all’azione, però, c’è anche qualche momento per esaltare le necessità del genere femminile, desideroso di liberarsi della presenza ingombrante di quello maschile: è un inno al femminismo, alla capacità di essere autonome, senza però dimenticarsi che c’è anche tanta violenza a Gotham, con Maschera Nera che non mancherà di ricordarlo anche ai più distratti.

I colori di un arlecchino schiavo di due padroni

In tutto questo bailamme di colori, Birds of Prey dal punto di vista scenografico e della fotografia è il giusto quadro di un arlecchino, decisamente sopra le righe e alla ricerca perenne del grottesco, da una iena tenuta come animale domestico fino agli evidenti problemi mentali dell’antagonista di turno. Gotham City, però, perde l’occasione di mostrarsi allo stesso modo, sottolineando quel palcoscenico che ha dato a personaggi come Harley Quinn di essere tali, di sentirsi giustificati. La città di Batman finisce per essere soltanto un fondale dimenticato, spingendo Birds of Prey a essere completamente sciolto dall’esigenza di trovare una dimensione nel mondo DC.

Al di fuori di questo, Birds of Prey non ha una scrittura memorabile, non ha dei momenti indimenticabili e sembra non avere nemmeno bisogno di una linea narrativa ben specifica da seguire: ci sono situazioni che si alternano tra di loro, ci sono scene e inquadrature che si danno il cambio, flashback e flashfoward, tutti gestiti dalla logorroica e squinternata voce e volontà di Harley Quinn, e poi personaggi che desiderano solo ottenere quella vendetta e quella rinascita che rappresenta il solito classico movente di quasi tutti i criminali, e anche di quelli che non lo sono. Ne esce un film che è praticamente una bozza di una pellicola che voleva essere, ma non è stata, senza affondare mai il colpo in problemi reali e senza fornirci alcuna analisi della psicologia dei personaggi. E pensare che Harleen faceva proprio quello di mestiere.



Fonte articolo: https://www.tomshw.it/

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Updated: 5 Febbraio 2020 — 18:24
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