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Bohemian Rhapsody, recensione del biopic su Freddie Mercury e i Queen


Dal 29 novembre è arrivato anche nelle sale italiane, dopo aver già debuttato nel resto del mondo, Bohemian Rhapsody, l’atteso biopic sui Queen e Freddie Mercury diretto da Bryan Singer e scritto da Anthony McCarten con i membri della band Brian May e Roger Taylor, che ne sono anche produttori musicali.

Il film racconta la storia della celebre rock-band britannica e del suo leggendario frontman dalla prima formazione al college passando per le esibizioni nei club londinesi alla ricerca dell’occasione della vita fino alla scalata alle classifiche mondiali, ai tour internazionali, al tentativo di carriera da solista di Mercury e infine alla reunion per il Live Aid del 1985.

Sul fronte temporale il film fa una scelta ben precisa: si parte dagli anni Settanta col primo incontro tra Mercury (Rami Malek), allora ancora Farrokh Bulsara all’anagrafe, figlio di pakistani parsi emigrati in Inghilterra, e il chitarrista Brian May (Gwilym Lee) e il batterista Roger Taylor (Ben Hardy), musicisti di belle speranze in cerca di una voce per il loro gruppo. Una chimica che nasce subito tra l’eccentrico Farrokh e i suoi compagni d’avventura ben più ordinari di lui e che sarà completata dall’arrivo del bassista John Deacon (Joseph Mazzello).

Interpretato da un Rami Malek in stato di grazia, decisamente al suo ruolo più importante in carriera, il personaggio di Mercury è il vero fulcro del film, quello intorno al quale inevitabilmente tutti gli altri ruotano come satelliti: il suo estro creativo è la vena pulsante della trama, che trova i suoi momenti più emozionanti nel mostrare la genesi di alcuni dei brani diventati classici immortali. Su tutti, il capolavoro Bohemian Rhapsody del titolo, simbolo della capacità dei Queen di mixare rock e musica classica, pop e opera lirica: un brano di sei minuti che nessun discografico avrebbe mai accettato di presentare come singolo alle radio e che la EMI fu costretta a pubblicare solo dopo un passaggio radiofonico procurato dallo stesso Mercury che smentì ogni previsione in fatto di accoglienza da parte del pubblico.

Il film ripercorre le tappe fondamentali della carriera dei Queen tra lampi di genio, contrasti personali, rotture e riconciliazioni, ma risulta tuttavia molto edulcorato nella parte che riguarda il privato di Mercury, che pure è stata determinante per il suo sfortunato destino. Il biopic punta l’attenzione più sul suo rapporto con la prima fidanzata Mary che sulla sua omosessualità, che resta perlopiù sullo sfondo di un racconto sfocato della vita di eccessi dell’artista tra party orgiastici, droghe, alcol e rapporti umani precari. Centrale in questo senso è la figura del subdolo assistente personale di Mercury dal 1977 al 1986, Paul Prenter (Allen Leech), ritratto come colui che lo induce alla tossicodipendenza e ad uno stile di vita sregolato che gli procurerà l’AIDS. Tutta la vita personale di Freddie Mercury, nonostante la sua nota e sfacciata ricerca di trasgressione, viene trattata in modo reticente e mitigato, apparendo rarefatta sia nella sceneggiatura che nella messa in scena (i party sfrenati, gli incontri nei club gay, le orge, sono solo accennati in modo blando). Il film trasmette comunque l’alienazione e la solitudine di Mercury, costretto a nascondere la sua sessualità dall’invasione dei media nella sua sfera privata, ma da un film che si presenta come un biopic ci si aspetta di vedere la verità che sta dietro i filtri imposti da un artista nel rapporto col pubblico e coi giornalisti e in questo la pellicola risulta carente. La stessa malattia viene appena accennata e affrontata dal protagonista come uno sprone a godere degli ultimi anni di vita tornando alla sua famiglia originaria, i Queen, senza indagarne troppo il dramma interiore conseguente alla scoperta di avere l’AIDS, all’epoca appena isolato come virus e ancora poco noto, nonché incurabile.

La scelta di concludere il film con la leggendaria apparizione dei Queen al concerto Live Aid nel luglio del 1985 è certamente la più efficace da un punto di vista della drammaturgia, perché celebra il momento più alto ed emozionante della storia dei Queen e il loro ritrovarsi come band, anche se taglia fuori dal racconto gli ultimi anni di vita di Mercury, che morì per una polmonite nel 1991. Peccato per quelle scene dello stadio di Wembley stracolmo riprodotte in digitale, che hanno dato un’impressione posticcia e sarebbero state molto più efficaci con l’uso di immagini di repertorio.

Bohemian Rhapsody suona dunque più come un tributo al talento di Mercury che un biopic vero e proprio, corre il rischio di diventare un po’ stucchevole nella carrellata di eventi che generano la parabola dell’artista affrontati senza la giusta profondità, ma d’altronde è stato scritto dagli stessi membri della band ed è dunque il risultato di ciò che loro hanno voluto raccontare al pubblico.

Rami Malek è perfetto nel ruolo: sul palco e lontano dalla scena, si pavoneggia come Mercury e ne ripropone con credibilità le movenze, lo slancio, le espressioni. Straordinarie anche le somiglianze tra il resto del cast e i membri della band.

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Fonte: http://www.optimaitalia.com/

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Updated: 29 novembre 2018 — 20:55
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