Carrie Fisher: la donna che divenne Principessa


Dietro ogni personaggio fittizio, si nasconde una vita reale che spesso il mondo ignora. Certo, nell’epoca dei social, degli scatti rubati e della condivisione, mantenere qualcosa di privato è sempre più complicato, ma spesso dietro figure tanto amate si nascondono vite vissute tra difficoltà personali e demoni interiori. Un’esperienza affrontata anche da uno dei simboli del cinema sci-fi degli anni ’80, il primo innamoramento di un’intera generazione di nerd, e forse anche quelle successive: Carrie Fisher. L’indimenticabile principessa Leia Organa di Star Wars, divenuta celebre grazie al ruolo di una delle più energiche eroine spaziali, ha dovuto affrontare una vita intensa, lontana dai riflettori, un’esistenza tormentata iniziata a Burbank, in California, il 21 ottobre 1956.

Si parla spesso della difficoltà dei figli d’arte, costretti a convivere con l’ingombrante presenza di un genitore famoso. A Carrie Fisher, invece, toccò la sfida di esser figlia del cantante Eddie Fisher e dell’attrice Debby Reynolds.

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Esser figlia d’arte: la difficoltà di trovare la propria strada

Poco importa che quando Carrie aveva due anni i genitori si siano separati, su di lei aleggiava questa predestinazione, e se il padre ebbe una discussa relazione con Elizabeth Taylor, inserendo nella vita della ragazza un altro pezzo da novanta della Hollywood storica, la madre prese l’abitudine di portare Carrie con sé durante le sue tourneé. Inevitabile, quindi, che già in giovane età Carrie Fisher sentisse il richiamo del palco, tanto che mentre seguiva la madre in un tour a Las Vegas, appena dodicenne, si fece notare come un potenziale talento per le sue doti di performer.

Carrie Fisher

Una vocazione, quella della Fisher, che la spinse ad abbandonare la Beverly Hills High School, quando a quindici anni decise di dedicarsi interamente alla sua carriera da attrice. Primo passo, iscriversi alla londinese Royal Central School of Speech and Drama, dove rimase diciotto mesi, e poi al Sarah Lawrence College, dove rimase sino a quando interpretò il suo ruolo più celebre, nel primo film della saga di Star Wars.

Prima di arrivare ad interpretare la principessa Leia Organa, Carrie Fisher calcò i palchi di Broadway, in musical e pièce teatrali, sino a che non ottenne il primo ruolo in un film, Shampoo (1975), al fianco di attori del calibro di Warren Beatty, Julie Christie e Goldie Hawn. Ma dovette aspettare due anni per dare vita al personaggio che più di ogni altro la ha resa famosa.

Da Broadway alla Principessa Organa

Interpretare Leia Organa non fu semplice per Carrie Fisher, e, per quanto l’attrice sia rimasta legata a questo personaggio, non ha mai nascosto le sue reali opinioni sulla Principessa Leia. Sensazioni espresse sempre con la sua inseparabile ironia, che, col senno di poi, può essere considerata la sua vera, autentica forza.

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Vinta una concorrenza spietata per ottenere la parte, vincendo il confronto con attrici come Sigourney Weaver, Jessica Lange, Meryl Streep e Kim Basinger, per Carrie Fisher iniziò una simbiosi complicata con una delle figure divenuta un simbolo della pop culture. E pensare che quando lesse il copione di Star Wars aveva subito mostrato interesse per un altro personaggio: quello di Han Solo. Ma la Forza aveva stabilito che la Fisher dovesse divenire la Principessa Leia.

Sin da Una nuova speranza, il rapporto con Leia fu complesso, complice una difficoltà dell’attrice nell’imbastire un rapporto cordiale con George Lucas. Scherzando, la Fisher si divertiva spesso a ridicolizzare l’idea che il suo personaggio non indossasse biancheria intima, perché Lucas era convinto non servisse nello spazio. Una convinzione che costrinse l’attrice a comprimere un seno prosperoso in soffocanti imbragature di nastro adesivo, lei che già mal concepiva l’acconciatura tipica di Leia.

Pur criticando un’apparente mancanza di background per il suo personaggio, Carrie Fisher riuscì anche a trovare momenti piacevoli nell’interpretare la Principessa Leia. Se da un lato la divertiva dover recitare su una scatola quando era inquadrata accanto a Harrison Ford a causa della sua statura minuta, dall’altro i battibecchi con la canaglia proprietaria del Millenium Falcon erano i momenti preferiti della Fisher. La sua passione verso questo personaggio, però, era indiscussa, tanto che il regista del secondo capitolo della trilogia originale, Irvin Kershner, aveva un’alta considerazione di lei:

“Carrie è un’attrice nata, con una voce meravigliosa, ma si sforza di accontentare sempre tutti. Più volte ho dovuto incoraggiarla a non scegliere una via per accontentarmi, ma lasciarsi guidare dalla sua intelligenza e dal suo istinto”

Ma già in questa fase della sua carriera cominciarono a manifestarsi le prime conseguenze legate alle dipendenze da droghe e alcolici.

Sconfiggere i propri demoni

Sul finire degli anni ’70 (Star Wars è datato 1977), Carrie Fisher iniziò a far uso di droghe. Quella che all’epoca era una piaga comune tra molte star hollywoodiane colpì anche lei, che scivolò in questa dipendenza anche come conseguenza di un suo stato mentale, il bipolarismo, che le venne diagnosticato solo nel 1980.

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Probabilmente a questa sua debolezza contribuì anche una situazione familiare complicata, soprattutto per la presenza ingombrante della madre, Debbie Reynolds. Rapporto difficile, caratterizzato dalla presenza quasi oppressiva della madre, che arrivò al punto di chiamare di Lucas perché costringeva la troupe, durante la lavorazione di Star Wars, a viaggiare in classe economica, mentre la figlia avrebbe meritato un posto in prima classe, come una vera star (per la cronaca, telefonata conclusasi con un ben poco principesco ‘vaffa’ della Fisher alla madre). Eppure, Carrie e la madre riuscirono a creare un rapporto di profonda complicità, al punto che la Fisher decise di abitare sempre vicino alla Reynolds.

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Per sua stessa ammissione, l’attrice abusava di droghe già ai tempi di Una nuova speranza. Durante la registrazione del celebre, e ormai introvabile, speciale natalizio di Star Wars del 1978, la recitazione della Fisher era stata inquinata da queste dipendenze, tanto che Lucas aveva meditato di tagliare la sua parte da L’impero colpisce ancora.

A mettere a rischio la sua presenza nella saga fu anche la sua condotta sul set di un altro cult, The Blues Brothers (1980), in cui le droghe rischiarono di far naufragare l’intera produzione. All’epoca fidanzata con Dan Aykroid, Carrie Fisher fu incaricata dalla produzione di tenere sotto controllo John Belushi, che con la sua condotta libertina e le sue dipendenze, stava causando gravi ritardi e aumenti vertiginosi di costi. Invece, Carrie fu travolta dalla spirale distruttiva di Belushi, aggravando i suoi problemi personali.

Questa esperienza la aiutò a prendere coscienza dei propri problemi di dipendenza, tanto che decise di iscriversi ad Alcolisti Anonimi e Narcotici Anonimi, ma non riuscì ad accettare la diagnosi di disturbo bipolare dell’umore. Una lotta personale contro questa malattia, che iniziò a metabolizzare solo quando a ventotto anni, durante le riprese de L’Impero colpisce ancora, andò in overdose. Fu solo in seguito ad un pesante esaurimento nervoso nel 1987 che la Fisher decise di rassegnarsi al suo disturbo e seguire delle cure specialistiche.

Un’accettazione che passò anche dalla scrittura del suo primo romanzo auto-biografico, Cartoline dall’inferno, divenuto film nel 1990, e che contribuì ad una seconda vita professionale per la Fisher: quella di script doctor.

Carrie Fisher, la vita oltre Star Wars

Pur essendo apparsa in altri film celebri oltre a Star Wars, dal citato The Blues Brothers a Harry ti presento Sally, la carriera più prolifica di Carrie Fisher è avvenuta dall’altro lato della macchina da presa. Curioso, come i due fratelli Skywalker abbiano trovato modi diversi dalla recitazione per restare nello show biz, considerato che Mark Hamill, dismessi i panni di Luke, sia divenuto un virtuoso del doppiaggio.

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La pubblicazione di Cartoline dell’inferno fece emergere il talento di scrittrice, un dono che la portò a collaborare con alcune delle produzioni più importanti del periodo. Come script doctor, Carrie Fisher fu incaricata di rivedere e correggere i dialoghi di film come Hook – Capitan Uncino, Arma Letale, Sister Act e i capitoli della Trilogia Prequel di Star Wars.

Questa attività di script doctor non le impedì di continuare la sua avventura come scrittrice, che si concretizzò in altri libri come Surrender the Pink e Whishful Drinking. Quest’ultimo era nato inizialmente come spettacolo teatrale in cui la Fisher si lanciava in un viaggio all’interno del suo passato, rievocando momenti imbarazzanti e tragici della sua vita, mettendo a nudo i momenti bui della sua esistenza. D’altronde come disse la stessa Fisher a Rolling Stones:

“Non puoi inventarti certe cose, così mi sono messo a scriverle. Capitano dei momenti così assurdi, che ti ritrovi a pensare che nessuno ci crederà mai”

All’interno di questi libri, la Fisher esorcizza i suoi demoni interiori raccontando le proprie difficoltà con le dipendenze, senza nascondersi ma affrontando il tutto con estrema sincerità, utilizzando l’ironia come uno strumento di condivisione con chi affronta le situazioni già vissute. Un’apertura, quella dell’attrice, che venne ricompensata dalla Harvard University con l’Outstanding Lifetime Achievement Award for Cultural Humanism, a riprova del coraggio dimostrato nell’affrontare le dipendenze e la sua malattia.

Una lotta che si è conclusa il 27 dicembre del 2016, dopo che due giorni prima un infarto colpì la Fisher durante un volo aereo. Anche in quest’ultimo, tragico capitolo della sua esistenza, il rapporto tra Carrie e la madre Debbie Ryenolds dimostrò la sua incredibile profondità: dopo due giorni dalla scomparsa della figlia, anche la Reynolds morì, colpita da un ictus. Le sue ultime parole furono l’ultimo lamento di una madre affranta: ‘Voglio solo stare con Carrie‘.

La donna oltre Leia

Sarebbe ingiusto ricordare oggi la Fisher solo in relazione alla sua interpretazione della Principessa Leia. Per quanto l’attrice sia universalmente associata a questo ruolo, la sua carriera, come attrice e come artista, è andata ben oltre il celebre bikini indossato dalla Fisher in Il ritorno dello Jedi. Divenuta una delle donne più sexy e desiderate di quegli anni, Carrie Fisher rifiutò altri ruoli importanti, da Laguna Blu a Terminator, ritagliandosi un’altra vita professionale.

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Nelle sue ultime apparizioni pubbliche, la Fisher dimostrò come nella sua vita la Principessa Leia, per quanto divenuta celebre, era solamente una parentesi. Dietro la grinta di Leia Organa, c’era in realtà una donna fragile, in costante lotta con i suoi fantasmi, che ha affrontata tutta la vita. Una sfida vissuta tra alti bassi, cadendo e rialzandosi, mostrandosi senza maschere e insegnando a tutti come accettazione e ironia possano esser strumenti potenti.

Se è vero che ci siamo innamorati tutti della sua principesca bellezza, è innegabile che la sua ironia e il suo sguardo scaltro negli ultimi anni sono divenuti i tratti distintivi di una donna che ha saputo accettarsi e trovare la propria dimensione. La abbiamo conosciuta come un ragazzina che si imbarcava in un’avventura incredibile, ma alla fine abbiamo amato la Carrie Fisher fragile, ironica e capace di cadere e rialzarsi.

” Abbiate paura, ma fatelo lo stesso. Quello che conta è l’azione. Non dovete aspettare di essere sicuri. Fatelo e basta, e la sicurezza arriverà.”

(C. Fisher)

Potete conoscere alcuni momenti della vita di Carrie Fisher leggendo il suo libro I diari della Principessa.



Fonte articolo: https://www.tomshw.it/

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