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Casinò, stasera in tv il capolavoro di Scorsese sul lato oscuro dell’America


Casinò parte dalla fine: non solo nel senso di un’anticipazione del finale del film, ma proprio da un’immagine che pare quella definitiva, terminale della storia. Si vede infatti il protagonista Sam “Asso” Rothstein (Robert De Niro) salire su di un’autovettura che improvvisamente esplode per un attentato, avvolgendolo in fiamme che invadono tutto lo schermo. Un’apocalisse in cui lui pare fluttuare, e morire, cui il controcanto della colonna sonora della Passione Secondo Matteo di Bach, fornisce un sentore di assolutezza tragica, conclusiva.

Invece quello è solo l’inizio, anche se la scena scandisce un’aura luttuosa che si proietta su tutta la vicenda, raccontata dalla voice over di due personaggi uno dei quali è lo stesso Sam. Il quale per quanto abbiamo potuto intuire, è passato a miglior vita: e perciò tutto ciò che ci viene narrato, come ne Il Viale Del Tramonto, proviene dalla voce di un morto. Dopo il prologo parte un lunghissimo flashback che ha la durata dell’intero film, incardinato sulle vicende di tre personaggi, una città e, di riflesso, l’America intera.

I tre protagonisti sono: Sam, un formidabile scommettitore che per il suo talento meticoloso è stato posto dalle famiglie mafiose alla guida di un casino di Las Vegas, il Tangiers, che trasforma istantaneamente in una macchina che produce soldi; il gangster Nicky Santoro (Joe Pesci), messo dai boss a sua protezione per tutelare l’investimento; e Ginger (Sharon Stone), la donna che Sam decide di sposare, benché lei non lo ami, lanciandosi per una volta nella vita in una scommessa in cui non ha ogni dettaglio sotto controllo.

Casinò, però, è molto di più di un triangolo mortale sul tema dell’amore, la gelosia e il tradimento. E non è neanche, soltanto, il ritratto a distanza ravvicinata del milieu mafioso italoamericano ripetutamente presente nel cinema di Scorsese. Che stavolta non inquadra i gangster a distanza ravvicinata nel loro microcosmo newyorkese, per descrivere i rituali di quella specifica comunità. Non c’è quindi l’usuale preoccupazione antropologica di Mean Streets o Quei Bravi Ragazzi.

Il regista mira alla descrizione di uno scenario molto più vasto, che ha l’ambizione di un saggio sull’identità americana e sul funzionamento della sua economia. Così la vicenda delle tre piccole pedine è continuamente riportata a una una storia più grande, in cui la loro triste parabola esistenziale assume un rilievo paradigmatico, ottenuto grazie all’interazione dei protagonisti con un altro personaggio fondamentale che li ingloba e sovrasta, determinandone le scelte e l’inevitabile fallimento.

Quel personaggio è, naturalmente, Las Vegas. “Questo è un posto fatto di soldi”, dice Nicky, abbacinato dalle luci multicolori delle scintillanti insegne al neon dei casinò – che Saul e Elaine Bass rendono infatti le protagoniste dei loro titoli di testa, che ne ritraggono la forza seduttiva. La città del gioco diventa la metafora dell’intero paese, il luogo, come dice Sam, che redime tutti dai propri peccati grazie alla presenza del motore immobile che tutto muove, il cuore dell’unica vera religione nazionale: il denaro.

Prologo: come funziona Las Vegas

Casinò ricostruisce la logica di brutale pragmatismo economico su cui è plasmata una città che ruota integralmente intorno a un unico obiettivo: fare soldi. L’architettura degli edifici, il design degli spazi, la falsa cortesia dei dipendenti delle case da gioco sono scientificamente organizzati per far sì che non si arresti mai il flusso che conduce il denaro dalle tasche degli scommettitori al caveau segreto del casinò, in cui monete e biglietti di banca confluiscono in un imbuto che li risucchia tutti, risucchiando metaforicamente vite, desideri, illusioni di gente destinata tutta alla sconfitta. “Cosa credete che stiamo a fare in mezzo al deserto? – dice ancora Sam – Si tratta di tutti questi soldi”.

La grande ossessione collettiva attrae a sé come una calamita un intero paese, consuma e brucia vite aggrappate alla scommessa elettrizzante che potrebbe cambiare la vita. Ginger guarda i gioielli che le regala Sam con ipnotizzata cupidigia; Nicky è incapace di gestire la sua ferocia e quella della sua banda di gangster, impazzito di fronte alle enormi opportunità di guadagno che offre Las Vegas. Solo Sam sembra non soccombere alla smania di arricchimento. Ma in realtà il suo enorme autocontrollo, evidente nei suoi assurdi completi puntigliosamente in tinta, è solo l’altra faccia di un’ossessione che si rivelerà ugualmente autodistruttiva. 

Casinò
Scorsese e De Niro sul set di Casinò

Las Vegas inghiotte e piega gli uomini, ne fiacca lo spirito che si inchina a quella illusoria forma di redenzione che è l’arricchimento. La città però è un buco nero, solo apparentemente invitante e accogliente. Sin dalla prima inquadratura Scorsese la riprende dall’alto, una ingannevole macchia di luce immersa in una fitta coltre buia che ne rivela la natura oscura. E intorno ai suoi confini si distende quel cimitero a cielo aperto che è il deserto, pieno delle fosse che i mafiosi scavano per gettarci le loro vittime, in una forma di occultamento dei cadaveri e delle colpe destinata a rivelarsi fallimentare.

In Casinò la storia dei tre protagonisti progressivamente deraglia, in forme in cui brutalità e volenza si mescolano all’esacerbarsi dei sentimenti e alla totale perdita del controllo sulle proprie vite. Il loro declino personale duplica quello della città, in cui l’abbattimento delle vecchie case da gioco e la comparsa delle nuove, nella forma di assurdi parchi a tema di cattivo gusto con piramidi e sfingi, è il segno di una trasformazione, e risurrezione, che modella Las Vegas su una sorta di Disneyland, creata per accogliere i nuovi scommettitori, una classe media tranquillizzata da queste forme architettoniche ludiche più rassicuranti, ideali per spingerle, come sottolinea Sam, a giocarsi i risparmi messi da parte per l’università dei propri figli.

Ed è qui la vera apocalisse di una nazione che ha eretto a suoi pilastri i simboli artificiali di un divertimento che si ribalta in un incubo, in cui naufragano gli individui e l’intera società, irretiti da un sogno di accumulazione senza fine. Casinò resta forse il frutto più amaro e sconsolato del cinema di Martin Scorsese, e uno dei suoi massimi capolavori.





Fonte: http://www.optimaitalia.com/

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Updated: 11 Luglio 2020 — 11:35
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