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Cosa è il Weird Western?


A volte inciampi nel Far West senza nemmeno rendertene conto. Accade quando ti si presenta sotto altre e diverse forme rispetto a quelle  tipicamente ricondotte al genere dal senso comune, mantenendone però intatta la sostanza. In breve, non serve aver a che fare con cowboys che si prendono a revolverate fra le strade di Abilene oppure con indiani che galoppano forsennatamente attorno a un cerchio di Conestoga per poter affermare di avere fra le mani un film, un romanzo o un fumetto western. Da queste premesse nasce il “weird western” e ce ne parla Luca Barbieri!

Old Weird Western

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In certi casi la forma corrisponde alla sostanza, ma in altri così non è: ne è un esempio molto recente la serie TV The Mandalorian, prodotta dalla Lucasfilm per la piattaforma Disney+. Ancora inedita in Italia (i fan del Belpaese potranno guastarsela da metà Marzo), la serie è stata scritta da un veterano come Jon “Happy” Favreau con la chiara ed evidente intenzione di farne un western spaziale; d’altro canto, lo stesso regista ci aveva già provato nel 2011, con Cowboys and aliens, un sci-fi western ispirato a una graphic novel targata Malibu Comics, che ruota attorno a surreali scontri a fuoco proprio fra i personaggi citati nel titolo, ovvero cowboys e alieni!

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In ogni caso, la lunghissima e fortunatissima saga ideata da George Lucas (e poi ceduta al colosso di Burbank) ha da sempre contenuto palesi rimandi al mondo western, a partire dalla caratterizzazione di Han Solo, pistolero braccato dai cacciatori di taglie che appare per la prima volta in un saloon intergalattico, per arrivare ai paesaggi desertici di Tatooine, punteggiati da isolati ranch spaziali e abitati da tribù di indigeni razziatori, i Tusken (meglio noti come Sabbipodi), i quali costituiscono una costante minaccia per i pionieri. Se in Star Wars questi elementi erano però disseminati in mezzo ad altri, che richiamavano stili e generi diversi (basti pensare alla mistica via della spada dei samurai giapponesi), in The Mandalorian il western è il concept alla base della serie, il vero e proprio “marchio di fabbrica” impresso sulla corazza dei droidi. Sarò piuttosto discreto, per evitare spoiler a chi non avesse ancora visto la serie, ma il protagonista è un bounty hunter dal cuore d’oro, che nulla ha da invidiare a Clint Eastwood in Per qualche dollaro in più, coinvolto, sin dalla prima puntata, in sparatorie all’interno di ghost town aliene che, personalmente, mi hanno immediatamente ricordato alcune scene de Il mucchio selvaggio o di Butch Cassidy. Inoltre, la quarta puntata è un fin troppo palese remake de I magnifici sette. Insomma: in “The Mandalorian” la “forma” è quella della sci-fi ma la “sostanza” è decisamente quella western. In questi casi, siamo di fronte a ibridazioni note come weird western.

Cos’è il weird western?

Weird è una parola inglese che trova il suo corrispettivo italiano nell’aggettivo “strano”: il weird western, dunque, dovrebbe sostanzialmente essere soltanto un western stravagante e bizzarro. Ma sappiamo che la traduzione letterale non è mai l’unica via né, spesso, la più saggia da percorrere. “Weird”, infatti, è un aggettivo che, negli anni, ha assorbito una folla di connotazioni diverse, legate al mondo del fantastico, del soprannaturale, dell’horror, in sostanza dell’immaginazione nelle sue forme più variegate. Basti pensare a una rivista cult come fu Weird Tales, colonna portante del Fantastico americano a partire dalla metà degli anni Venti, vera e propria culla di un nuovo genere, capace di contaminarne altri e di diffondersi come la peste per tutto il globo.

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Basterebbe soltanto il nome di Howard Phillis Lovecraft per capire cosa fu Weird Tales, ma vorrei aggiungere almeno quelli di Robert Erwin Howard, Robert Bloch e Clark Ashton Smith. No, Weird Tales non può essere tradotto semplicemente come “Strane Storie” così come il weird western non è soltanto un western stravagante: ci sono interi mondi di significati, allusioni e rimandi che orbitano attorno a questa definizione. Non abbiamo però sufficiente spazio per esplorarli tutti: dobbiamo limitare la nostra indagine, per restare in metafora, ai pianeti più grandi, come quelli prima citati dell’immaginario di Star Wars, scusandoci con gli abitanti di quelli che avremo ignorato…

Un’ultima cosa: l’espressione weird western viene talvolta tradotta nella nostra lingua con fanta-western, un termine che trovo francamente bruttino, oppure western fantastico, locuzione migliore ma ancora poco azzeccata. Sceglierei perciò di continuare a usare la definizione inglese e di cercare di compiere al suo interno una distinzione tra il weird vero e proprio e l’horror.

E’ difficile definire una categoria sfuggente come il weird: potremmo, per semplicità, inserirvi tutto ciò che non rientra nei canoni classici del West ma in questo caso dovremmo allargare eccessivamente la forbice. Facciamo un esempio: introdurre dei samurai giapponesi nel Far West è senz’altro stravagante ma nel caso del racconto I treni che non abbiamo preso di Joe Lansdale ci troviamo nel bel mezzo di un weird western mentre nel caso del film Sole rosso girato da Terence Young nel 1971, no. Eppure i samurai sono citati in entrambe le opere. Ciò che fa la differenza, talvolta, è soltanto il modo col quale vengono trattati i temi western.

In El topo, ad esempio, capolavoro di Alejandro Jodorowsky datato 1970, la trama sembrerebbe abbastanza classica: un pistolero con la vocazione del giustiziere in cerca del miglior se stesso finisce invece per smarrirsi a causa di una donna; si danna e prova perciò a redimersi abbandonando la pistola per la preghiera, ma il mondo è troppo feroce, per cui deve tornare a impugnare le armi per compiere le giuste vendette e nel finale purifica i propri torti con la morte.

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Ma di El topo si può dire tutto tranne che sia un film classico: Jodorowsky, come suo solito, affronta il genere western da un’angolazione del tutto particolare, unica direi. Il film è totalmente pervaso da una corrente di misticismo che trasforma ogni gesto in liturgia e ogni figura in simbolo: il pistolero, ad esempio, non muore trafitto dai proiettili bensì si brucia vivo in un gesto di estrema purificazione che appartiene più ai ghiacciai tibetani che ai deserti del Messico. Gli stessi Quattro Maestri che la talpa (questo il significato, anche questo metaforico, del titolo) affronta uno dopo l’altro, sono simbolo del percorso spirituale che il gunfighter deve compiere per raggiungere la perfezione nell’arte della pistola, il cui apice secondo Jodorowsky, è l’annullamento spirituale, il totale abbandono al principio taoista della non-azione, il rigetto di tutto ciò che è materiale e la recisione di ogni legame affettivo.

I Maestri, infatti, vivono tutti nel deserto, ma ognuno in un luogo più spoglio e ostile del precedente; il quarto e ultimo (naturalmente il migliore tra loro) è totalmente solo e vive tra la sabbia nudo e senza ripari: costui, addirittura, non possiede nemmeno delle armi da fuoco e si difende unicamente con un retino per farfalle col cui bordo metallico respinge i proiettili. Il suo insegnamento si fonda sul fatto che il perfetto pistolero non ha bisogno di una pistola: uno stupefacente, meraviglioso paradosso. I film di cui ho parlato sono entrambi degli anni Settanta, epoca di sperimentazioni a volte estreme, ma il weird western nasce decisamente prima.

Il weird western nella letteratura americana

Spettri nella prateria, morti che tornano dalla tomba, creature sovrannaturali a caccia di vite umane, allucinazioni che distorcono la realtà e, in fondo a ogni cosa, un piacere estremo per l’umorismo più caustico e dissacrante: non sto parlando di Edgar Allan Poe bensì di Ambrose Bierce, unico scrittore in grado di trascinare il gotico americano tra la polvere e il fango della Frontiera. Un gigante della letteratura come Lovecraft non esitò a definirlo il miglior novelliere dai tempi di Poe che l’America abbia prodotto: complimenti ben meritati da uno scrittore che seppe misurare con la sua bravura il non facile passo del racconto breve.

Un talento, quello di Bierce, allenato con una vita passata in prima linea, visto che si arruolò volontario nell’esercito unionista sin dall’inizio della guerra civile e che anche in tempo di pace non si tirò mai indietro da scontri, diverbi e polemiche anche violente (si racconta che girasse sempre armato per scoraggiare aggressioni e agguati); una vita estrema conclusa degnamente con una fine a dir poco sconcertante: partito come corrispondente di guerra per il Messico dilaniato dalle rivoluzioni alla veneranda età di 71 anni, scomparve senza lasciare alcuna traccia durante la battaglia di Ojinaga.

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Un secolo dopo, ma con uno stile per certi versi abbastanza simile, soprattutto nel grottesco e cinico umorismo che vena situazioni altamente drammatiche, il testimone della narrativa weird western di alto livello viene raccolto dal romanziere texano Joe Lansdale, capace sia di western classici con pesanti incursioni nel bizzarro (come ad esempio “Il carro magico”) sia di storie talmente stravaganti e assurde da lasciare senza fiato (come il romanzo “Fuoco nella polvere” dove – ed è soltanto un esempio – di Buffalo Bill non è rimasto altro che una testa parlante dentro un vaso di vetro). Uno degli aspetti più strani de Il carro magico è la presenza di una scimmia lottatrice di nome Alluce Marcio che accompagna i protagonisti. Ebbene, nella folle storia del weird western, Alluce Marcio non è il primo nel suo genere: è stato preceduto da Six-Gun Gorilla, la cui prima apparizione, con tanto di revolver in pugno e cinturone allacciato in vita, è datata 1939. La storia di questo primate è affascinante: acquistato da un cercatore d’oro, viene da quest’ultimo allevato e addestrato all’uso della Colt; quando il suo padrone viene assassinato da alcuni fuorilegge, il gorilla compirà a pistolettate una sanguinosa vendetta!

Il weird western tra cinema e fumetti

Un piccolo cenno merita anche la serie televisiva Le avventure di Brisco County jr., trasmessa negli USA a cavallo tra il 1993 e il 1994, il cui approccio narrativo e visivo al western la rende una piccola gemma weird. Ci sarebbero moltissimi altri esempi sui quali dilungarsi, da serial TV come Wild Wild West”(in onda dal 1965 al 1969) poi diventato un film con Will Smith, a pellicole stravaganti come “Cowboys and aliens” (lo abbiamo menzionato prima) oppure Billy the Kid contro Dracula, a personaggi dei fumetti come il celebre pistolero sfregiato Jonah Hex (omaggiato peraltro anche lui da un pessimo film del 2010 la cui cosa migliore è l’attrice Megan Fox), ma vorrei riservare lo spazio che rimane a due personaggi di Casa Bonelli.

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Zagor, anzitutto, il cui regno – l’immaginifica foresta di Darkwood – è l’emblema stesso del weird anche oltre i confini italiani (basti pensare alle due stralunate versioni cinematografiche apocrife realizzate dal regista turco Nisan Hancer nei primi anni Settanta).

Magico Vento, in secondo luogo, personaggio che lo sceneggiatore Gianfranco Manfredi ha condotto attraverso il West cupo e oscuro degli ancestrali miti indiani, quello dell’Orrore cosmico e strisciante che si dibatte sotto il tumulo cantato da Lovecraft nel suo omonimo racconto, quello di creature senza nome, vecchie come le stelle, che abitano un continente dove l’Uomo è un mero ospite (non gradito peraltro).

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Magico Vento, almeno nelle prime fasi della sua saga, prima della brusca virata sociale e politica delle sue storie, esplora il ventre molle e pulsante di quest’America orrida e spaventosa, mostrandocene il volto affilato, da rettile, degli Uomini Serpente oppure quello cannibalesco del Wendigo, in un crescendo horror che non ha eguali nel nostro panorama fumettistico.

E poi c’è Tex, naturalmente, protagonista di alcune bellissime avventure a cavallo fra il western e il fantastico: una fra tutte, quella che lo vede contrapposto al terrificante Signore dell’Abisso, una splendida storia che ha ispirato un controverso film del 1985 a firma Duccio Tessari con il compianto Giuliano Gemma a dar volto e voce al nostro amato Ranger.

L’occasione per questi tuffi nel mistero è spesso fornita dal brujo egiziano noto come El Morisco, vero e proprio “portale umano” per le digressioni horror. Molti sono gli esempi: la mia passione per i lupi mannari mi spinge a scegliere la storia del Diablero, dove il creatore di Tex affronta il tema della licantropia, un argomento decisamente originale nel contesto western, che sembra possedere ben pochi legami con il mondo della Frontiera.  Ma così non è; non del tutto, almeno.

Skinwalkers: il weird western per eccellenza

E’ vero che non ci sono molti licantropi nel folklore dei nativi americani, ma qualche eccezione di peso esiste: gli Skinwalkers navajo, per esempio, che sono stregoni malvagi in grado di mutare il proprio aspetto in quello di animali selvaggi, specialmente lupi e coyotes. In genere acquisiscono questo potere dopo aver compiuto un atto particolarmente efferato, come uccidere un membro della propria famiglia, e se, mentre lo fanno, indossano una pelle animale oppure una maschera ricavata da quella stessa pelle, il gioco è fatto: si tramutano in quella precisa bestia.

Ecco allora spiegato il nome affibbiatogli dai bianchi: Skinwalkers, ovvero “coloro che camminano con la pelle”; in lingua Navajo, invece, vengono chiamati yee naaldlooshi, termine che si può tradurre all’incirca in questo modo:  “per mezzo di essa (della magia, NdA) vanno a quattro zampe”. Quando mutano diventano agilissimi, veloci, impossibili da catturare; si possono soltanto abbattere, ma anche questo è difficoltoso perché, per tradizione, sono vulnerabili solo a proiettili precedentemente immersi in cenere bianca. Chi sta pensando ai proiettili d’argento, fa bene a sentirsi fischiare le orecchie…

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Per alcuni abitanti del Sudovest, gli Skinwalkers sarebbero tuttora attivi, sebbene si limitino a infastidire i coloni isolati, aggirandosi nottetempo attorno alle loro case, oppure aggrediscano le auto di passaggio, causando malignamente degli incidenti. Circolano non poche leggende metropolitane che parlano di attacchi notturni a viaggiatori isolati lungo le infinite statali dell’Arizona e del New Mexico, sempre col favore del buio. Le dicerie sono state sufficienti per ispirare, nel 2006, la produzione di un film horror, piuttosto scadente a dire il vero, intitolato appunto Skinwalkers – la notte della luna rossa.

A proposito, davvero rare sono le pellicole di ambientazione western incentrate sui lupi mannari, con una curiosa eccezione: The werewolf di Henry MacRae (un cortometraggio del 1913 prodotto dalla canadese Bison Films) può vantare il primato di essere il primo film sui licantropi, e si tratta proprio di un western-horror! E’ un film “perduto”, nel senso che tutte le copie sono andate ufficialmente distrutte nel 1924, durante un incendio, ma ne conosciamo la trama: Watuma, figlia di una strega Navajo, ottiene dalla madre il potere di mutarsi in lupo per aggredire e uccidere i coloni bianchi; il resto è facilmente immaginabile.

Segnalo anche Devil wolf of Shadow Mountain, girato nel 1964 da Gary Kent, se non altro per l’originalità della trama: un cacciatore diventa lupo mannaro dopo aver bevuto dell’acqua da un’orma di lupo anziché essere morso oppure maledetto da qualche stregone pellerossa. Segue a ruota El charro de las Calaveras (1965, Alfredo Salazar), poi un lungo vuoto fino al nuovo millennio: Licantropia (2004, Grant Harvey) è il mediocre prequel in salsa western dell’horror adolescenziale Ginger Snaps (2000) di John Fawcett.

Il weid western licantropo in letteratura

Anche la letteratura morde un po’ il freno. Il romanziere texano Joe Lansdale dedica ai licantropi un breve ma corrosivo racconto, L’albergo dei Gentiluomini, nel quale il torvo predicatore pistolero Jebidiah Rain viene assediato nell’edificio che dà il titolo al racconto da sette licantropi, i quali avevano precedentemente azzerato la popolazione della cittadina di Falling Rock.

Usando uno stratagemma narrativo davvero insolito (l’albergo è popolato dai fantasmi delle vittime dei licantropi, anime senza pace che però non si rendono conto di essere morte), al lettore viene spiegato che i licantropi sono conquistadores spagnoli infettati secoli prima da una creatura antica e malvagia, che Rain ribattezza Re Lupo, e poi neutralizzati da una tribù indiana che li aveva imprigionati in tombe sigillate da mistici bastoni di quercia (legno letale per i licantropi: segnatevi il dettaglio). Sfortunatamente un pugno di vaccari ubriachi ha sfilato i bastoni da terra e liberato le creature. Il predicatore, capitato in città per caso, non ha altra scelta che incidere i suoi proiettili, inserire nelle fessure alcune schegge di legno di quercia, sigillandole poi con della cera calda, e lottare per la propria vita. I licantropi sono descritti in questo modo: creature alte ben più di due metri, con il muso più lungo di quello di un lupo e dieci volte i suoi denti, dotate di lunghi artigli scintillanti.

Ma la cosa più terribile erano gli occhi”, sottolinea Lansdale, “Gialli come budino stantio.” Gli avversari, come detto, sono sette: sei conquistadores che, una volta colpiti dai proiettili “speciali”, ritornano a essere soltanto ossa, e Re Lupo, maledettamente più difficile da uccidere; ma il predicatore non fallisce.

C’è poi il bel romanzo Black Flag di Valerio Evangelisti (2002) nel quale il pistolero Pantera incrocia la propria pista con quella dei bushwhackers di Bloody Bill Anderson, una banda di razziatori confederati particolarmente feroci nei loro atti di violenza (a causa della loro natura “licantropica”, sebbene la spiegazione sia assai più complessa ed espressa su più piani temporali, come tradizione dello scrittore emiliano).

Il weird western divertente che non ti immagini

Chiudiamo l’articolo con una risata: gli abitanti della Frontiera furono i primi a trattare con cinico umorismo le costanti difficoltà che affrontavano nelle lande selvagge e inospitali che chiamavano “casa” (basti pensare alle frasi incise sulle croci delle Boot Hills). Nulla di strano, perciò, se, decenni più tardi, la stessa cosa ha fatto Hollywood con commedie come Mezzogiorno e mezzo di fuoco (Mel Brooks, 1974), quest’ultima davvero molto abile nell’individuare gli stereotipi del genere e smitizzarli facendoli affondare nel ridicolo. Basti pensare alla figura del pistolero alcolizzato che trova le motivazioni per riscattarsi e combattere i cattivi: un tema dannatamente classico, alla base di figure profondamente tormentate come il Dude di Un dollaro d’onore, che qui diventa invece motivo di risate sinceramente divertite e non maligne come quelle di chi costringeva l’ex pistolero a raccogliere monete nella sputacchiera.

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Nulla di strano nel “West da ridere”, si diceva, che, dopotutto, altro non è che è l’ennesima felice contaminazione del genere western; e infatti un grande regista come Robert Aldrich, capace di film crudeli come Nessuna pietà per Ulzana, non ebbe alcuna esitazione a realizzare Scusi dov’è il West? che affronta in chiave comica il tema western per eccellenza: il viaggio dei pionieri verso Ovest.

Protagonista di entrambi i film, per inciso, è il bravissimo Gene Wilder, vero e proprio emblema vivente del cinema comicamente surreale. Altro bel viso da western farseschi è il nostro Terence Hill, il cui sorriso infantilmente astuto ha caratterizzato due personaggi simbolo della Frontiera come Trinità e Lucky Luke.

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Anche il western umoristico, perciò, è in qualche modo weird… anzi, forse lo è nella sua più genuina accezione!

LUCA BARBIERI è saggista, sceneggiatore di fumetti e romanziere. Attualmente in forza alla Sergio Bonelli Editore come curatore della serie fantasy Dragonero, Barbieri è anche autore di numerosi saggi dedicati a figure chiave dell’immaginario fantastico, del romanzo Il re dei Topi e dell’antologia weird western Five Fingers.

Avamposto 31 è la rubrica quotidiana sul fumetto e la cultura pop di IUSVE Cube Radio, la webradio dell’Istituto Universitario Salesiano di Venezia. E’ condotta in studio da Andrea Artusi, autore bonelliano e docente dello IUSVE. Oltre alle decine di ospiti che ogni settimana intervengono in trasmissione sono collaboratori fissi del programma Manuel Enrico di Tom’s Hardware per la sezione dedicata al web, Diego Cajelli per i commenti sulle serie televisive, Andrea Voglino per le recensioni del fumetto della settimana, Loris Cantarelli direttore di Fumo di China per il cinema e Andrea Antonazzo di Fumettologica che propone ogni mese la Top 5 dei migliori comics apparsi sul mercato. Un team estremamente affiatato e qualificato diretto in studio da Elias Manzon sotto la supervisione del direttore della radio Marco Sanavio. Le clip prodotte tutte le settimane sono proposte quotidianamente sulla pagina Facebook della webradio e ritrasmesse in versione abbreviata su svariate radio private locali e tre volte al giorno in coda ai telegiornali di TV Café 24 sul canale 666 del digitale terrestre.

Se questa bella presentazione del weird western vi ha incuriositi, vi consigliamo la lettura dell’antologia scritta da Luca Barbieri, Five Fingers



Fonte articolo: https://www.tomshw.it/

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Updated: 5 Febbraio 2020 — 13:42
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