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Cos’è la Bronze Age? | Cultura Pop


Quando si parla di ere del fumetto supereroistico, si cercano date precise per scandire le cronologie che delimitino questi periodi. La Golden Age viene ufficialmente identificata con la prima apparizione di Superman in Action Comics #1, al Flash di Barry Allen tocca invece inaugurare la Silver Age, ma queste distinzioni in realtà si potrebbe identificare un elemento narrativo che si evolve continuamente: la definizione dell’animo dei personaggi.

Se nella Golden Age questi eroi erano principalmente protagonisti di avventure, con l’arrivo della Silver Age si iniziò a dare ai supereroi una maggior caratterizzazione della loro anima e del loro rapporto con la realtà in cui si muovono. Volendo, si potrebbe paragonare Golden Age e Silver Age a infanzia e adolescenza dei supereroi, arrivando ad identificare la maturità dei metaumani con l’era successiva: la Bronze Age.

L’eroe diventa uomo

L’eredità principale della Silver Age è l’aver dato ai supereroi una nuova dimensione interiore. Liberi dai vincoli imposti dalla Comics Code Authority nata sul finire della Golden Age, i personaggi dei fumetti hanno potuto sviluppare delle personalità più complesse e realistiche. Gli autori, finalmente liberi di potersi avventurare in storie impegnative, iniziano a confrontarsi con l’attualità, dando sempre maggior spessore ai protagonisti.

Una tendenza che trova in due opere in particolare, La notte in cui morì Gwen Stacy e Lanterna Verde/Freccia Verde, i primi esempi di un impatto devastante della vita quotidiana sulle esistenze dei supereroi, con effetti devastanti. Tradizionalmente, si fa coincidere proprio con la tragica morte della fidanzata del Tessiragnatele, avvenuta nell’estate del 1973, la fine della Silver Age, con quella ‘perdita dell’innocenza’ che porta gli eroi in calzamaglia a perdere la loro aura di invincibilità e diventare lentamente una lente attraverso cui vedere la realtà.

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Trovare un netto distacco tra Silver Age e Bronze Age, tuttavia, non è semplice. Sarebbe facile trovare un data precisa con cui identificare questo passaggio, ma questo scatto evolutivo del mondo dei fumetti è meno netto di quelli precedenti. I primi anni ’70, infatti, sono affollati di eventi che cambiano radicalmente il panorama fumettistico, con vere e proprie rivoluzioni in seno a questo universo.

Se le citate storie di Marvel e DC Comics segnano un radicale cambio nella percezione del modo di raccontare la vita dei personaggi, anche da un punto di vista editoriale avvengono grandi sconvolgimenti. Jack Kirby, dopo anni, lascia Marvel per andare alla Distinta Concorrenza, mentre una lunga serie di nomi celebri del fumetto del periodo conclude la propria carriera, lasciando il testimone ad una nuova generazione.

Questi piccoli, ma sostanziali, mutamenti portano il fumetto a perdere il suo tono ‘classico’, grazie alla verve narrativa di giovani fumettisti che sono pronti a spingere il moto evolutivo della Silver Age su un piano ancora più umano. Una dinamica che viene anche dall’ambiente culturale che si sta sviluppando in America.

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Dopo due decenni in cui la società americana sembrava monolitica nel suo definire il mondo in una dicotomia, finalmente le nuove generazioni sembrano voler scardinare questa visione bicromatica. Moti studenteschi, controcultura e una maggior consapevolezza della propria importanza come elementi rivoluzionari.

Passati gli incubi della Seconda Guerra Mondiale e della Corea, dopo le tensioni interne del Maccartismo e la nascita dei movimenti per i diritti civili, gli Stati Uniti erano una nazione in cui finalmente i lati oscuri del Sogno Americano non venivano più nascosti, ma anzi erano puntualizzati da giornalisti e romanzieri. E anche il mondo del fumetto decise di partecipare a questa presa di coscienza collettiva, dando vita ad un nuovo passaggio evolutivo: scavare nel lato oscuro dei personaggi.

Un’intenzione che coincide anche con la libertà di lanciarsi in nuovi filoni narrativi, sia interni al genere supereroistico, che esterni al mondo degli eroi. La ricomparsa di pubblicazioni western e il fiorire di testate di fantascienza e horror sono ora possibili, con il crollo della censura imposta dalla Comics Code Authority.

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Spinti anche da nuovi interessi del pubblico, come misticismo e occultismo, le case editrici cercano di accontentare i potenziali lettori con nuove pubblicazioni che intercettino queste richieste. È in questo periodo che emergono nuovi personaggi come Dottor Strange, Swamp Thing o Ghost Rider.

Le debolezze umane dell’eroe

Se Green Goblin Reborn e Snowbrids don’t Fly avevano portato i due principali colossi del mondo dei comics a confrontarsi con la piaga della tossicodipendenza, la Bronze Age, memore di questa apertura, diventa il banco di prova per un’analisi introspettiva delle debolezze umane dietro la maschera.

Gli eroi non sono più visti come creature che l’uomo comune può solo ammirare come perfette, completano quel percorso di umanizzazione avviato sul finire della Silver Age e diventano reali nelle loro fragilità e difficoltà quotidiane. Una novità che rende il fumetto supereroistico socialmente consapevole, considerato come le fragilità degli eroi sono specchio di problematiche sociali evidenti e considerate piaghe sociali. E poche storie riuscirono a integrare questo lato tragicamente umano come Il demone nella bottiglia.

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Nel 1979 a due giovani autori, David Michelinie e Bob Layton, venne affidato il compito di dare nuovo sprint ad una delle creazione simbolo della Silver Age marvelliana, Iron Man. I due autori decisero che era il momento di andare oltre la figura dell’eroe, lavorando principalmente sulla sua controparte umana, Tony Stark. Ed era un momento particolarmente propizio per una simile introspezione, secondo Michelinie

‘Quando arrivai su Iron Man avevo un insolito vantaggio, non avendo mai letto prima storie del personaggio. Non avevo idee su come trattarlo, non avevo punti di riferimento, quindi mi rilessi le uscite dell’anno precedente, comprendendo subito una cosa di Stark: era decisamente pieno di problemi!’

Reduce da un anno duro, che lo aveva visto perdere il controllo della propria azienda e attraversare un complesso periodo sentimentale, Tony Stark era pronto per scivolare in un periodo di depressione e umana arrendevolezza, in cui si trovò ad affrontare un’ultima, realistica sfida: l’alcolismo.

Come espediente narrativo, l’alcolismo era una scelta ottima. Dopo avere per anni mostrati nemici fisici e affrontabili con una scazzottata, era giunto il momento di calare il personaggio nella realtà, mostrando le debolezze umane dell’eroe sotto la maschera. Per farlo, i due autori cercarono un elemento che fosse compatibile con il passato di Stark.

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Sin dalla sua prima apparizione, in Tales of Suspense #39, Tony Stark era stato modellato sulla figura dell’industriale playboy, tipico del periodo e anima del jet set, immancabile presenza nelle feste dell’alta società, in cui gli alcolici era una consuetudine. Una ricerca di veridicità che Michelinie commentò così

‘Il jet set del periodo , caratterizzata da un abuso dell’alcol considerato socialmente accettabile, ha reso la caduta di Stark nell’alcolismo verosimile’

La vicenda raccontata, specialmente sul lato umano, diventa un esempio della ricerca di spessore emotivo nelle vicende dei supereroi, facendoli confrontare con lati oscuri della propria anima. Non abbiamo più il concetto di eroe adamantino ed intoccabile, queste personalità ammirate e osannate mostrano crepe e fragilità terrene e comuni. La Bronze Age porta i supereroi a confrontarsi con la parte meno nobili dell’esistenza umana, li spinge al confronto con sfide che si non vincono con una scazzotata ma con il coraggio quotidiano tipico dell’uomo comune.

‘In una situazione simile, una persona reale costretta a sopportare una simile pressione cercherebbe una valvola di sfogo. Dato che da tempo si era stabilito che Tony era il classico playboy, che lo si era già vista bere alcolici in diverse occasioni, pensai che fosse comprensibile e realistico per Tony vedere nell’alcol una via di fuga alla sua pressione. Con Bob, iniziammo a lavorare su questa idea’

Ma a colpire il mondo supereroistico non furono solamente tematiche di carattere sociale, ma anche una condizione incredibilmente umana: la morte. Se già in precedenza si era deciso di mettere i supereroi a stretto contatto con il concetto di lutto, con la Bronze Age questo triste aspetto della quotidianità umana viene accentuato, spostandolo da un elemento di contorno a vero e proprio protagonista della storia.

Nuovamente si torna in casa Marvel, quando Jim Starlin, dopo aver accompagnato Captain Marvel sino alla chiusura della testata, ha la possibilità di dare al proprio eroe un ultimo commiato, realizzandone una dipartita che non sia solo fumettistica ma anche umana: La morte di Capitan Marvel.

la morte di capitan marvel

A sconvolgere i lettori, è la morte di un eroe cosmico come Mar-Vell, che dopo aver sconfitto minacce galattiche e vissuto avventure incredibili, deve accettare la propria morte per via di un cancro, conseguenza di un’azione eroica compiuta anni prima. Starlin decide di mostrare la profonda umanità degli eroi non solo attraverso il lento spegnersi di Mar-Vell, ma anche nell’impotenza di figure storiche quali Iron Man, Reed Richards o Dottor Strange, incapaci di trovare una cura per Mar-Vell.

A sancire questa storica presa di coscienza del mondo supereroistico è Bestia degli X-Men, quando spiega ad uno sconfortato Peter Parker quanto accade

In caso tu non te ne sia accorto, sotto questi bei costumi e nonostante i nostri poteri, siamo mortali. Nessuno di noi può sapere quale sarà la propria fine.”

 Con questa rivelazione, Starlin stabilisce per la prima volta che anche gli eroi possono morire, in modo definitivo. È una delle più grandi rivelazioni della Bronze Age, una conquista di profonda umanità per gli eroi dei fumetti. Ma non la sola.

 DC Comics decise infatti di trovare un modo nuovo per dare un taglio umano ai propri personaggi: sconvolgere le basi dei personaggi. Superman, ad esempio, perse brevemente la sua immunità ai poteri e intraprese un’altra carriera, lasciando il Daily Planet e diventando un reporter televisivo. Wonder Woman, invece, perse del tutto i propri poteri e dovette reinventarsi una vita.

 Sono modifiche sostanziali dei personaggi, che li costringono a rivedere il proprio modo di vedersi e di relazionarsi agli altri. Come accade spesso anche ai comuni mortali, gli eroi scoprono che la vita non è solo affrontare super criminali, ma anche trovarsi di fronte a radicali cambi della propria esistenza, una più normale ma incredibile sfida della vita. Una rivoluzione che consente di introdurre elementi più seri e cupi in queste vite avventurose, aprendo una stagione di storie che getta le basi di quello che sarò il periodo successivo dell’era dei comics, la Modern Age, nota anche come Dark Age.

 Ritrarre l’America contemporanea

La Bronze Age non apporta dei cambiamenti solo nella modalità di raccontare il vissuto interiore degli eroi dei fumetti, ma si apre anche alla comparsa di una nuova serie di eroi che rappresentino un messaggio sociale chiaro.

Siamo ancora in presenza di una società fortemente razzista, in cui la comunità afroamericana sta ancora lottando per il riconoscimento dei propri diritti, e questa voce di protesta non rimane inascoltata da parte delle editrici di fumetti. Come DC Comics, che pensò di realizzare una storia dell’Uomo d’Acciaio in cui una Lois Lane di colore confronta duramente Kal-El per vedere se anche l’eroe è vittima di pregiudizi razzisti.

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Tuttavia, a farsi prima interprete di queste tensioni sociali in modo più marcato è Marvel Comics, che nel 1971 pubblica il primo numero di Luke Cage, primo eroe di colore ad avere una propria testata. Complice la volontà di Stan Lee di sfruttare il crescente interesse culturale per la blaxploitation, si diede vita a questo personaggio di colore, che nella sua dimensione urbana era spesso portato a confrontarsi con vicende che mostravano il degrado urbano della parte nera di New York.

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Pur avendo un’apertura verso questi nuovi eroi, per una visione multiculturale del fumetto, non mancano impostazioni stereotipate da cliché culturali ancora duri a morire. Esempio classico, il marvelliano Shang-Chi, nato per sfruttare la dilagante passione per il cinema di arti marziali, ma in cui ancora traspaiono i classici preconcetti sulle popolazioni asiatiche, perpetrando il canone del ‘pericolo giallo’. Esistono però numerosi casi di eroi creati senza incappare in stereotipi, come la mutante Ororo ‘Tempesta’ Munroe o la Lanterna Verde John Stewart.

Dove invece si realizza una prima apertura stile melting pot è il ritorno degli X-Men, che dopo un periodo di latitanza tornando in una nuova forma multinazionale. Intento voluto principalmente per esportate il prodotto, ma che si rivela anche una chiave narrativa utilizzata dopo breve tempo da uno dei nomi celebri dei mutanti di casa Marvel, Chris Claremont, che guida in seno alla Marvel una rivoluzione particolare: il ruolo delle eroine.

Sin dalla loro comparsa, con il caso limite di Wonder Woman, le eroine erano sempre state trattate con minor enfasi delle controparti maschili. Il loro nome era sempre un generico ‘girl’, ad indicare una vena fanciullesca e poco impegnativa, contrapposta ai tanti ‘man’, che invece dominavano nelle testate. In questo periodo, la parte femminile del mondo supereroistico inizia a seguire uno sviluppo più intimo e consapevole, seguendo un parallelo con quanto accade nel mondo reale.

Sue Storm, la Ragazza Invisibile, diventa la Donna Invisibile, un titolo raggiunto grazie ad una crescita personale che culmina con una sua accresciuta consapevolezza, capace di padroneggiare meglio i propri poteri e divenire una figura carismatica, eroina, madre e leader.

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L’esempio più interessante di questa evoluzione della figura femminile nel mondo dei comics è Jean Grey. Da perfetta fidanzatina d’America, la mutante sotto la gestione di Claremont assume toni sempre più moderni, esplorando anche aspetti psicologici e sessuali fino a quel momento impensabili. Claremont aveva una particolare maniera di tratteggiare i personaggi femminili. Pur mostrandone delle debolezze, cercava sempre di far emergere lati forti, rendendo le sue donne carismatiche e autentiche, vive. La sua Ororo, ad esempio, era sì spaventata dagli spazi ristretti e angustiata da fragilità interiori, ma mostrava sempre grinta e una tempra da leader. Per un autore come Claremont, Jean Grey era una tela su cui realizzare un dipinto magnifico.

Claremont guida quindi Jean Grey in un viaggio interiore, prima che in un’avventura, accompagnandola in una sua rinascita emotiva che sarà la base di una delle grandi saghe dei mutanti, la Saga di Fenice Nera.

In questo periodo, dunque, le eroine assumono un ruolo di crescente spessore non solo come parte della comunità supereroistica, ma come donne. Al centro della loro evoluzione c’è la volontà di riconoscere loro un ruolo moderno, al passo con i tempi, eliminando quella figura di ‘principessa in pericolo’ che veniva associato anche alle supereroine, spesso utilizzate in precedenza come elemento debole delle compagini supereroistiche.

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E in una nazione in cui tutto è politica, non poteva certo il mondo dei comics sottrarsi ad un’analisi della vita di Washington. Il fumetto supereroistico aveva già avuto un forte legame con la vita politica nazionale, specialmente durante la Golden Age con la nascita degli eroi patriotically themed, il cui esempio per eccellenza è Capitan America.

Tocca quindi nuovamente alla Sentinella della Libertà farsi interprete di una sottile critica alla politica americana, lui che incarna il Sogno Americano autentico, scevro da macchinazioni e mezzucoli politici. In pieno scandalo Watergate, Marvel decide di utilizzare un’organizzazione segreta nata anni prima, l’Impero Segreto, e utilizzarlo come metafora per contrapporre l’idealismo di Capitan America al realismo degli interessi e del malcostume politico di Washington percepito dal cittadino comune.

Steve Englehart e Sal Buscema realizzano un arco narrativo che porta Cap a scoprire come i vertici della Casa Bianca siano collusi con questa pericolosa organizzazione, mettendo in crisi Steve Rogers che, ancora convito di voler servire il Sogno Americano ma deluso dal suo stesso Paese, abbandona lo scudo di Cap e assume l’identità di Nomad.

Dare forma al nuovo eroe

Le tendenze narrative della Bronze Age richiedono anche un cambio nel modo di ritrarre i supereroi. Non sono solo i temi trattati, decisamente più maturi e tragici, a chiedere una nuova visione dell’eroe, ma anche il passaggio ad un racconto più ampio, che non si emancipa dai limiti della storia autoconclusiva dando vita ad archi narrativi più ampi, in cui si possono approfondire ed esaltare emozioni e vicende dei protagonisti.

Nella Bronze Age trovano spazio le lunghe saghe supereroistiche, come Guerre Segrete o la citata Saga di Fenice Nera, e le prime graphic novel supereroistiche. Il nuovo formato del graphic novel, ad esempio, diventa il perfetto medium in cui trattate argomenti delicati e di forte impatto emotivo, complice l’utilizzo di un formato di stampa più ampio rispetto al tradizionale volume spillato. Da questa concezione nascono il menzionato La morte di Capitan Marvel (il primo graphic novel Marvel) o Dio ama, l’uomo uccide, che vede gli X-Men confrontarsi con razzismo e proselitismo in maniera adulta e spietata.

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Ma se le storie trovano una maggior definizione narrativa, bisogna trovare un corrispettivo nel disegno. Se Brent Eric Anderson può spaziare nel formato del graphic novel con Dio ama, l’uomo uccide, all’interno dei tradizionali spillati fanno la loro apparizioni nomi come Frank Miller, Jim Starlin, John Byrne e Howard Chaykin.

Le tavole delle storie si fanno più dinamiche e realistiche, aumentano i dettagli e vengono ritratti in modo più evidente scene violente e muscolari. Motivo per cui ci si avvicina ad una concezione realistica del corpo dell’eroe, che prendendo spunto dall’anatomia canonizzata da Neal Adams vira verso una rappresentazione più autentica dei supereroi.

L’umanità emotiva traspare anche nella loro interpretazione visiva, aumentano le situazioni in cui i loro corpi sono spinti al limite fisico e i disegnatori diventano ottimi interpreti di queste situazioni al limite.

Nuovi generi e nuovi mercati

Con il crollo della Comics Code Authority, le case editrici possono nuovamente creare serie dedicati a temi prima considerati disdicevoli, in primis la narrativa horror. Da questa libertà nascono serie come Swamp Thing, Ghost Rider o La Tomba di Dracula, da cui poi scaturirà il personaggio di Blade.

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Questa apertura non si limita solo al comporta supereroistico presente, ma rende possibile la nascita e la diffusione anche di altri personaggi divenuti negli anni seguenti veri e propri cult: Elfquest dei coniugi Pini, Teenage Mutant Ninja Turtles di Eastman & Laird, Cerebus di Dave Sim. Queste idee possono finalmente prendere vita grazie ad una particolare congiuntura che vede la cultura underground del decennio precedente, condizionata dai vincoli di censura della Comics Code Authority, lasciare spazio ad una nuova generazione di fumettisti, che per la prima volta si confrontano con un altro modo di concepire il fumetto: quello europeo.

Prendendo confidenza con i fumetti arrivanti dal vecchio continente, in particolare il fumetto franco-belga, gli autori sono stimolati a rompere gli schemi tradizionali del comic supereroistico, dando vita ad una rivisitazione critica del concetto stesso dell’eroe. Si tratta di una spinta evolutiva che porta a concepire il fumetto come un medium maturo, in grado di affrontare tematiche complesse, sia nella tradizionale forma di comics spillato che affidandosi alla nascente concezione di graphic novel. È un passaggio epocale, che porterà alla nascita di un fumetto capace di ribaltare il concetto stesso eroe, andando a gettare i presupposti per la futura Dark Age, il cui avvento coincide con due opere fortemente legate al concetto di critica del supereroe e uscite entrambte nel 1986: Watchmen, di Alan Moore e Dave Gibbons e Il Ritorno del Cavaliere Oscuro di Frank Miller.

Watchmen

Questa apertura ad una nuova concezione più matura del medium fumettistico porta alla nascita anche di un fumetto ‘impegnato’, che non utilizza il supereroe per raccontare il mondo, ma si concentra sul narrare la realtà senza filtri o metafore. Appartengono a questo slancio narrativo capolavori come Contratto con Dio di Will Eisner o Maus di Art Spiegelman. Questa tipologia di racconto, oltre a offrire una lettura adulta, evidenzia come il canale di reperimento tradizionale del fumetto, ossia l’edicola, non sia più un ambiente ricettivo per la diffusione dei comics, che ora necessitano di sempre maggior spazio e visibilità. Servono spazi appositi, gestiti da gente competente che sappia vendere il prodotto: nascono le fumetterie.

Mondi in crisi

Sul finire della Bronze Age inizia a comparire il primo sentore dei danni di uno degli elementi fondanti del fumetto supereroistico, specialmente per i due grandi colossi: la continuity. In particolare in casa DC Comics, i cui eroi hanno qualche anno di carriera in più rispetto ai colleghi Marvel, si intravedono le prime incongruenze e le difficoltà di gestione di un contesto narrativo così complesso e variegato. Questa difficoltà spinge la casa editrice a valutare operazioni drastiche che condurranno, nella Modern Age, alla creazione di maxi saghe, come Crisi sulle Terre Infinite, utili per riportare tutto sotto controllo.

Scelta che verrà poi seguita, seppure in maniera differente, da Marvel, che darà vita a maxi-eventi come Guerre Segrete, con lo scopo di riallineare fili narrativi e dare al proprio universo narrativo maggior solidità e, soprattutto, ordine. Se in DC Comics si preferisce dare vita a veri e propri restar del mondo fumettistico, in Marvel si segue una strada differente, in cui grandi eventi di scala galattica sconvolgono l’universo narrativo e danno nuove direzioni.

Ma queste sono tendenze che verranno sviluppate nella Modern Age.

 



Fonte articolo: https://www.tomshw.it/

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Updated: 27 Luglio 2020 — 19:17
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