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Death Stranding e le sue Storie: vi raccontiamo la trama e il finale


Hideo kojima, Game Designer e Maestro della narrativa contemporanea, ha speso gli ultimi tre anni a raccontarci Death Stranding. Lo ha fatto attraverso figure retoriche e hints d’ogni genere: citazioni d’autore, immagini, filosofia e scienza sono stati solo alcuni dei tasselli che hanno dato forma al puzzle, e lo stesso Kojima li ha sfruttati a modo suo per descriverci la sua idea, il suo progetto. La sua ambizione.
Chi lo conosce lo sa bene: il Maestro ama sperimentare con la comunicazione del suo lavoro. Possiamo anzi dire a ragion veduta – vedi The Phantom Pain – che si tratta a tutti gli effetti di parte integrante dell’esperienza dei suoi titoli. La strategia comunicativa come vero e proprio elemento distintivo di ciascuna produzione, oltre che parte organica della sua narrativa.

Oggi Death Stranding è una realtà concreta: molti lo hanno già portato a termine, ma ancora tanti stanno vivendo in prima persona il viaggio di Sam.  Se siete fra questi ultimi vi invitiamo a non proseguire in questa lettura e di riprenderla solo dopo aver terminato l’avventura. Quanto segue vuole essere un approfondimento e, per quanto possibile, una spiegazione del complesso intreccio portato in scena da Death Stranding, quindi si tratterà l’argomento senza paletti; godetevi il racconto e le sue sorprese fino in fondo prima di scendere nel merito dei particolari che più vi incuriosiscono. Fidatevi, non ve ne pentirete.

Per tutti quelli che sono arrivati ai titoli di coda mettetevi comodi: abbiamo scelto di descrivere storia, personaggi e lore di questa esclusiva (temporale) Playstation attraverso delle “immagini” particolarmente rilevanti che avete avuto modo di apprezzare durante l’avventura. Raccontiamo Death Stranding quindi esattamente come lo farebbe lo stesso Kojima, solo in modo più esplicito.

L’America, il Viaggio e le Mani

Stando allo stesso Kojima, l’idea di Death Stranding è nata dalla volontà di rappresentare la perdita di “contatto” fra individui tipica dell’era digitale. Prima ancora di personaggi, trama e gameplay, ciò su cui ha lavorato l’autore giapponese è stato il concetto di “connessione” come dimensione intima e personale dell’esperienza che voleva portare al pubblico. Da questo presupposto si è poi avviato un tortuoso cammino in salita, il percorso che ha portato un’idea a diventare concept, e, successivamente, uno script con tanto di copione e regia.

Così, il principio che muove le dinamiche del gameplay e dell’intreccio narrativo di Death Stranding è proprio quello della connessione, o meglio, del riconnettersi per ripristinare un legame, fisico o emotivo che sia. Detto ciò diventa conseguenza naturale cominciare ad esplorare il contesto del titolo dalla prima significativa immagine che il gioco ci restituisce: la nuova America. Possiamo considerare il Death Stranding come un cataclisma eccezionale. L’evento che ha fatto convergere la vita e la morte dell’umanità in una dimensione che potremmo definire “condivisa” e che ha trasformato l’America in una terra desolata e spoglia, irriconoscibilmente fredda e inospitale nella sua paesaggistica naturalezza.

Dopo di esso, degli Stati Uniti che conosciamo è rimasta solo un’ombra dimenticata, figlia di un passato apparentemente privo di futuro: il collasso di infrastrutture e sistema sociale ha letteralmente spaccato il Paese, lasciandone i cocci sparsi qua e là come fossero pezzi di uno specchio in frantumi. E come in un incubo senza risveglio, da quegli stessi frammenti l’aldilà e i morti si sono fatti strada verso questo mondo, come a cercare di afferrare i rimasugli di quel riflesso di vita persa a cui ancora si sentono “connessi”. Ciò che resta dell’America è una landa arida dove le risorse scarseggiano e la popolazione sopravvissuta vive sottoterra in piccoli bunker o stazioni, al riparo da creature invisibili all’occhio nudo e dal sempre incombente rischio della cronopioggia, ovvero di una pioggia metafisica che accelera il tempo biologico di qualsiasi cosa tocchi preannunciata da arcobaleni capovolti privi del tono blu.

Questa fotografia dell’America post-Stranding è il teatro in cui Kojima ha scelto di raccontare la sua nuova storia e, allo stesso modo, la prima immagine con cui cerca di descrivere il sentimento creativo da cui ha partorito il principio di connessione: con il loro meltin’ pot di culture e tradizioni, gli Stati Uniti rappresentano il mondo intero mentre la distanza di rapporti e i difficili collegamenti geografici esplicitano il disagio di una società fratturata, divisa da quegli stessi strumenti che avrebbero dovuto rafforzarne il legame. Ed è proprio in questo contesto che Sam Porter Bridges, il protagonista di Death Stranding interpretato da Norman Reedus, intraprende un cammino solitario da Est a Ovest per “riconnettere” ciò che resta degli Stati Uniti, per permettere all’umanità di essere ancora una volta unita.

Avvicinandoci ulteriormente alla cornice fatta di science-fiction e avanguardismo sociale creata da Kojima troviamo infatti la seconda, grande, immagine con cui raccontare Death Stranding: il viaggio.

Come tante altre opere prima di lui, anche Death Stranding sfrutta il mito del viaggio e la necessità impellente del suo compimento per sottolineare i sacrifici e le difficoltà che contraddistinguono l’affermazione di un principio attraverso le tappe di un percorso. Già nelle primissime battute di gioco, Sam viene messo di fronte alla questione: le UCA – United Cityies of America – l’ultimo baluardo di un’organizzazione costituzionale, devono essere ricollegate attraverso la rete Chirale, un netcode di contatto basato sulle proprietà delle tecnologie ricavate dal Chiralium, un minerale scoperto dopo il Death Stranding. Per renderlo possibile, è fisicamente indispensabile raggiungere i nodi delle “Knot” Cities  per pluggarle nella Rete ed estendere il segnale da una costa all’altra. La Bridges, l’organizzazione governativa istituita dalla Presidente Bridget Strand, interpretata niente meno che dalla “donna bionica” Lindsay Vogner, ritiene Sam l’unico candidato idoneo alla missione: Sam Porter Bridges è il figlio adottivo della Presidente, ex-membro della Bridges e, soprattutto, “l’uomo delle consegne”. Uno dei tanti corrieri che quotidianamente rischiano la vita affrontando le creature arenate e la cronopioggia attraversando le terre di nessuno che separano gli insediamenti per completare i loro incarichi; scorte mediche, rifornimenti, provviste e ogni altro genere di oggetto viene preso in carico e consegnato da corrieri come Sam.

Con la morte improvvisa della Presidente Strand di fronte a suoi occhi e la scoperta della “prigionia” dall’altra parte del Paese di Amelie, la figlia della Presidente e diretta candidata alla successione dello studio Ovale, inducono Sam ad accettare la missione e a mettersi in viaggio.
Anche in questo torna evidente l’impellenza del riallacciare un legame, non solo nelle complesse opportunità di condivisione legate alla rete chirale per le UCA ma anche nell’intimità emotiva del protagonista, il cui sentimento di affetto diventa pura volontà di ricongiungimento.

Così, la mano tesa di Sam verso la lontana Amelie apre figurativamente la strada per la terza, fondamentale immagine necessaria a comprendere i significati della trama di Death Stranding: le mani.

Fin dall’antichità le mani sono il primo mezzo di contatto e scoperta del mondo circostante per la specie umana; attraverso le mani l’uomo è stato in grado di plasmare la realtà intorno a lui in suo favore e ha stretto vincoli di fedeltà e coesione con i suoi simili. Quando questi ultimi sono venuti meno quelle stessi mani che avevano sigillato rapporti e fratellanze fra gli uomini si sono trasformate nel primo degli strumenti di offesa a disposizione del genere umano: la difesa del proprio interesse è annegata nella ricerca di ottenere qualcosa di più, mutando in un pretesto per afferrare qualcosa altrui. Quando brancoliamo nel buio, quando cerchiamo qualcosa senza vederla allunghiamo le mani verso dove crediamo di poterla trovare, sfruttando il tatto per riconoscere ciò che di cui siamo in cerca; le creature arenate, la piaga che affligge il mondo post-stranding non sono altro che le anime dei defunti intrappolate in un tempo che non scorre, riflesse in questa dimensione in cerca di quella che vita gli è stata tolta.

Quando manifestano la loro presenza, le creature arenate si palesano come impronte di mani in cerca di qualcosa. L’aldilà da cui provengono si riversa nel nostro mondo per osmosi a causa del chiralium, emergendo dalla terra come catrame: le mani delle CA che pulsano sulla terra alla ricerca di Sam quando ne avvertono il passaggio rappresentano anche in questo caso la ricerca di un contatto, volontà dell’anima di restare attaccata alla dimensione terrena; ma il concetto di chiralità – tipico della chimica – deriva proprio dal greco “Cheir”, Mano. Da questo principio, lo scontro dell’anti-materia delle creature arenate con la materia di un essere umano porta due forme speculari, ma non sovrapponibili, a occupare il medesimo spazio nello stesso tempo, innescando una reazione di annichilimento di proporzioni così consistenti da generare crateri sconfinati.

Il contatto fra il mondo dei morti e quello dei vivi, fra CA e uomini, ha dato così vita alla calamità del Death Stranding.

Lo stranding: la spiaggia, l’Antico Egitto e i BBs

Prima che le anime dei morti si riversassero in questo mondo, furono i vivi a esplorare l’altra parte. Da un certo punto in poi l’uomo ha avuto modo di camminare sulla Spiaggia, luogo extraterreno situato a confine con l’aldilà, dove le leggi della fisica che conosciamo non hanno valore. Qui i concetti di esistenza e conoscenza sono due facce della stessa medaglia: galleggiando fuori dal tempo e dallo spazio la Spiaggia è in grado di accumulare informazioni e di conservarle in eterno; la rete chirale che Sam deve collegare con il suo viaggio da un capo all’altro degli Stati Uniti si basa infatti sull’idea di sfruttare la Spiaggia per creare un network di condivisione etereo attraverso cui immagazzinare e mettere a disposizione storia, sapere e capacità del genere umano. Ogni individuo possiede una propria Spiaggia e vi è connesso attraverso il suo “ha”, l’anima per gli antichi Egizi, mentre il “ka”, il corpo che abita, resta confinato al mondo terreno. La rete chirale potrebbe essere così intesa anche come un modo per creare una coscienza comune e unità di pensiero unificando le spiagge. Nella cultura dell’Antico Egitto vita e morte erano due fasi consecutive della stessa esistenza. Scoprire la Spiaggia e cercare di sfruttarla, dunque, è stato un po’ come incidere la membrana che filtrava il passaggio dell’anima verso l’aldilà, trasformando quella che era un passaggio lineare verso un’unica direzione in un corridoio a due sensi che, alla fine, è sfociato nel cataclisma estintivo del Death Stranding: dopo i cinque grandi eventi estintivi che lo hanno preceduto e che hanno reso il concetto di estinzione come un incentivo evolutivo, e non come incidente di percorso, esso ha spalancato le porte all’estinzione finale, ossia quella del genere umano.

Lo studio del Death Stranding, delle sue cause e delle sue conseguenze, è stato la piattaforma che ha portato alle ricerche sugli individui affetti dalle DOOMS, facoltà che consentono ai loro possessori di interagire e plasmare la realtà dei vivi attraverso l’influsso delle Spiagge. Analogamente vennero condotti alcuni esperimenti sui Bridge Babies: detti BB, si tratta di bambini mai nati, rimossi dalle loro madri esanimi e artificialmente indotti a “pensare” di essere ancora nel grembo materno. Questa particolare situazione li mette direttamente in contatto con il regno dei morti, consentendo a chi li trasporta di vederne i riflessi nella realtà terrena.

I personaggi nella lore

Durante il suo cammino per riconnettere l’America lo stesso Sam è sempre accompagnato da un BB che gli consente di vedere le creature arenate. Proseguendo lungo il cammino, Sam si affeziona al piccolo: quello che sarebbe dovuto essere un mero strumento dell’equipaggiamento diventa così un vero e proprio compagno, tanto da indurre Sam a dargli il nome di Lou, lo stesso che avrebbe dato al figlio che non hai mai avuto a causa del tragico suicidio della moglie.

Durante la traversata, i due incontrano personaggi fondamentali per la comprensione del protagonista: ogni capitolo del titolo di Kojima Productions è incentrato su un determinato interlocutore chiave e ciascuno di essi è l’immagine di una forza o di una debolezza dell’essere umano.

Fragile

Fragile, la bionda interpretata da Lea Seydoux, incarna la forza di volontà dell’uomo. La voglia di non spezzarsi e di non arrendersi a qualunque costo, anche a dispetto di circostanze impossibili. Il capitolo a lei dedicato ci racconta come non sempre le nostre azioni vengano interpretate secondo le nostre aspettative, ma non per questo sia corretto girarsi dalla parte opposta quando è il momento di fare la cosa giusta.

Le sorelle Mama e Lockne hanno le fattezze di Margaret Qualley e personificano il sacrificio e la dedizione. Gemelle siamesi alla nascita, vennero separate chirurgicamente ma le loro menti restarono connesse; un legame talmente forte da tornare completo: il sacrificio di Mama, che sceglie consapevolmente di recidere la connessione con la figlia mai nata, consente al suo “ha” di ricongiungersi con Lockne nonostante la morte del suo corpo, permettendole di superare il passato e trovare la sua unità.

Mama

Deadman, invece, è il personaggio interpretato da Guillermo del Toro ed è un ricercatore della Bridges in supporto a Sam durante l’avventura. Lui è il mostro di Frankenstein, vivo pur non essendo mai nato; la sua è la storia dell’accettazione del diverso, del superare le barriere che ci dividono da chi è differente.

La qualità del personaggio interpretato da Nicolas Winding Refn, Heartman, è la razionalità. Egli vive in bilico fra la vita e l’aldilà in quanto ogni ventun minuti va in arresto cardiaco ed esplora il limbo della Spiaggia, passando da una all’altra in cerca della sua famiglia; sfruttando le “parentesi” nel mondo corporeo per studiare il passato e il Death Stranding in cerca di risposte, il suo scopo è quello di sfruttare la ragione per migliorare il futuro.

Die-Hardman

Diversamente, Die-Hardman è la manifestazione dell’ordine inteso come esercizio del controllo. Egli è il Direttore della Bridges e braccio destro della Presidente Strand finché rimasta in vita. Durante il gioco una maschera le fattezze di Tommie Earl Jenkins, l’attore che lo impersona. Un segreto sepolto molti anni prima lo aveva indotto ad abbandonare il suo volto in favore di una maschera per nascondere il suo passato. L’immagine che gli associamo è di rigore e risolutezza.

Dall’altra parte della barricata, pronto a tutto per fermare l’opera di ricostruzione degli Stati Uniti portata avanti da Sam e dalla Bridges troviamo Higgs, leader del gruppo terroristico degli Homo Demens. Il suo volto ha le fattezze di Troy Baker e la sua storia è strettamente connessa a quella di Fragile; lui è il contraltare negativo del protagonista e la sua rassegnazione verso l’impossibilità di salvare una società mutilata ha istigato in lui repulsione e rigetto per la gerarchia sociale, rendendolo il portatore di un fanatismo deviato e accecante.

Il soldato misterioso a cui presta il volto uno straordinario Mads Mikkelsen, Cliff, è la raffigurazione del rimpianto: affrontato più volte da Sam all’interno di una Spiaggia in cui le anime dei soldati caduti continuano a rivivere le atrocità della guerra, Cliff appare inizialmente al protagonista in alcune visioni causate dal suo collegamento con il BB. Queste danno evidenza di alcuni ricordi passati che mostrano frammenti della storia del veterano, della condizione esanime della moglie e di quanto fosse legato al figlio da cui è stato separato.

Cliff

Il finale

Dopo aver introdotto il contesto e i personaggi con i loro significati, è arrivato ora il momento di accendere la lampadina sul finale di Death Stranding.

Dall’arrivo a Edge Knot City, l’ultima tappa del viaggio di Sam, comincia un rush narrativo fortissimo che, come un’epifania, restituisce risposte e dà spessore all’intera esperienza di gioco. La forza del racconto vista nelle ultime ore del titolo di Kojima Productions sfiora vette emozionali altissime, riuscendo persino a chiudere senza incertezze il cerchio di un intreccio sopraffino.

Il punto a cui ruota attorno tutto l’epilogo è la vera natura di Bridget ed Amelie: le battute finali ci mostrano come durante la sua gioventù, il corpo e l’anima della Presidente Strand si fossero scisse a seguito di intervento chirurgico. In quel momento, Amelie, l’ha di Bridget, prese coscienza di sé sulla Spiaggia. I sogni tormentati da tragedie e devastazioni che la perseguitavano fin da bambina erano sussurri latenti della sua vera natura: lei era un’entità estintiva, il punto in cui si sarebbe chiuso il cerchio della specie umana. La sua Spiaggia giaceva, infatti, al di sopra di tutte le altre e proprio da lì scaturì la prima breccia che portò al Death Stranding.

Per anni Bridget sfruttò la sua posizione di leadership politica per portare avanti lo sviluppo della rete chirale e celare Amelie dietro la menzogna di una figlia nata sulla Spiaggia e lì confinata. Se da un lato la donna voleva a qualunque costo garantire un futuro all’umanità, dall’altra parte la sua anima sulla Spiaggia maturava sempre di più consapevolezza del suo scopo originario: accompagnare il genere umano verso l’estinzione finale sfruttando quella stessa rete chirale che la sua controparte stava realizzando per preservarlo.

Con questo paradosso veniamo trascinati nell’epilogo di Death Stranding e messi nuovamente di fronte al tema della connessione: in uno scenario Kantianamente sublime dove fuoco e sangue tinteggiano le onde della Spiaggia di Amelie, Sam si trova a dover scegliere se sparare o meno alla donna per fermarla.

In Death Stranding, Kojima cita più volte Kimifusa Abe, i cui racconti lo hanno profondamente influenzato nel plasmare il titolo: il tema del bastone e della corda, per Abe rispettivamente i primi strumenti creati dall’uomo per tenere lontano le cose malvagie e stringere a sé quelle importanti, riassume chiaramente la scelta di Sam di abbracciare Amelie dando vita a una scena potente e suggestiva. Mettendo da parte il bastone e aggrappandosi alla corda, Sam consente all’entità estintiva di riprendere contatto con la sua natura umana, fermando il Last-Stranding e dando all’umanità l’opportunità di essere unica artefice del proprio destino.

Con Amelie rimasta confinata per l’eternità nella sua Spiaggia, Sam sfugge a quella stessa sorte grazie alle connessioni che aveva creato durante il suo viaggio, riuscendo a lasciare il limbo grazie all’impegno dei suoi amici e compagni; il tempo passato a vagare nel limbo serve al protagonista per comprendere il senso dell’operato di Bridget e Amelie e di come quest’ultima abbia assoggettato Higgs e manovrato Cliff per i suoi propositi.

Il ritorno di Sam e la proclamazione delle United Cities of America sembrano poi avviare il gioco verso i titoli di coda quando, con un ultimo guizzo, Kojima regala il twist finale: in un’ultima sequenza forte quanto una prova di cinema autoriale, il Maestro scopre i veli di mistero che avvolgono il passato di Sam, mostrandoci come proprio lui fosse il BB figlio di Cliff. Quando questi tentò di portarlo via dalla struttura dove era tenuto e studiato, la Presidente Strand lo uccise ferendo mortalmente anche l’infante che era stato rimosso dalla capsula; dilaniata dal dolore, Amelie raggiunse dalla Spiaggia il piccolo giunto ormai alle porte dell’aldilà. Salvare quel bambino fece di lui un riemerso, dandogli la facoltà di tornare dal regno dei morti.

In quest’ultima visione del passato creata dalla connessione con il suo BB, Sam osserva la storia del padre e scopre le sue vere origini trovando la forza per diventare anch’egli unico artefice del proprio futuro, scegliendo di vivere per i suoi legami salvando il suo BB e rimuovendolo dalla capsula per tenerlo con sé.

L’immagine finale di loro due sotto una pioggia priva di chiralium a scrutare un arcobaleno finalmente dritto e completo conclude il cerchio del Death Stranding, mettendo il punto esclamativo al messaggio di unità e coesione che fa da sfondo all’intero titolo. Grazie a degli interpreti eccezionali e a una regia magistrale, la storia del primo titolo indipendente di Kojima Productions è una fiera di emozioni indimenticabile.

Un ricordo da conservare con cura per qualsiasi giocatore.



Fonte articolo: https://www.tomshw.it/

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Updated: 27 Novembre 2019 — 12:54
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