Gli Uomini D’Oro è il noir all’italia che non ti aspetti


Una sorpresa Gli Uomini D’Oro. Avevamo lasciato Vincenzo Alfieri alla regia d’esordio de I Peggiori, una commedia di supereroi carina, divertente, però esile. E troppo debitrice verso i suoi modelli statunitensi riletti alla luce di Smetto Quando Voglio e Jeeg Robot. Lo ritroviamo al secondo film, prodotto dai Lucisano, notevolmente maturato e disposto a rischiare di più in un racconto in cui saggiamente sceglie di stare solo dietro la macchina da presa e si misura con una storia integralmente noir, senza battute e ammiccamenti d’alleggerimento.

La vicenda, sceneggiata dallo stesso Alfieri insieme ad Alessandro Aronadio, Renato Sanni e Giuseppe G. Stasi, parte da un fatto di cronaca vera, un’audace rapina avvenuta nel torinese nel 1996, cui s’era ispirato pure Tavarelli per Qui Non È Il Paradiso. Uno dei punti di forza è l’ambientazione, che riscatta certi cliché narrativi immergendo la storia in una Torino cupa, grigia, che regala al film un’atmosfera provinciale riconoscibilmente italiana, da bar sport. Infatti sono tutti fanatici di calcio qui, con quella rivalità Juve-Torino in cui si riflettono frustrazioni e appartenenze, anche di classe.

Spiazza ne Gli Uomini D’Oro, che nel titolo omaggia quell’unicum che fu 7 Uomini D’Oro di Marco Vicario, il modo in cui vengono impiegati gli attori. Fabio De Luigi, Alvise “il cacciatore” è il più sorprendente, nella generosità con cui abbandona il suo tipico ruolo bonario e veste i panni sgradevoli d’un uomo con bypass e famiglia a carico, obbligato a fare più lavori per sbarcare il lunario, che coglie l’occasione della vita di una rapina al furgone portavalori delle poste. L’idea viene al “Playboy” Giampaolo Morelli, napoletano emigrante triste col sogno adolescenziale del chiringuito in Costarica. Purtroppo la riforma Dini, “uno che non ha eletto nessuno”, gli frega la pensione baby. Adesso gli tocca farsi altri vent’anni di lavoro, e la galera sarebbe meglio.

Il terzo della banda è Luciano (Giuseppe Ragone), ma inevitabilmente, data l’entità del colpo, tre miliardi, il bottino fa gola a molti. Così finiscono per essere coinvolti anche l’ex pugile Lupo (Edoardo Leo) e Boutique (Gian Marco Tognazzi), sarto della Torino bene che fa i soldi veri con lo strozzinaggio. Una parte rilevante l’assumono i personaggi femminili, da Mariela Garriga disinibita donna del Lupo alla remissiva Susy Laude moglie del cacciatore, che costituiscono un controcanto importante del racconto.

Nelle battute inziali il film mostra i suoi debiti con i generi americani di riferimento, l’heist movie per primo, dal quale deriva l’uso di qualche espediente stilistico tipico, come i classici timelapse. Poi le atmosfere prendono il sopravvento e il racconto sterza in una direzione apertamente drammatica, brusca e repentina, trovando una sua autenticità. Certo, non tutto funziona a perfezione. Soprattutto il meccanismo su cui si fonda la narrazione – la rapina raccontata tre volte attraverso le diverse prospettive dei personaggi principali – è un espediente stravisto.

La sincerità dello sguardo, però, l’impegno che ci mettono gli attori nel cambiare pelle, il romanticismo perdente rendono Gli Uomini D’Oro una scommessa sostanzialmente vinta, che aggiunge un ulteriore tassello a quella rinascita dei generi che costituisce uno degli aspetti più vistosi del cinema italiano recente. E quando uno dei personaggi viene malinconicamente inquadrato dall’alto mentre viene seppellito, viene la tentazione di leggere simbolicamente l’immagine, come un richiamo a farla una buona volta finita con certi stereotipi, sia narrativi che interpretativi, di cui il cinema italiano s’è nutrito senza fantasia per almeno un ventennio. E lasciare finalmente spazio a racconti più adulti, che sappiano usare i canoni dei generi come grimaldelli per aderire alla complessa identità del paese di oggi.





Fonte: http://www.optimaitalia.com/

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