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H.P. Lovecraft: amiamo avere paura


Dopo aver parlato del gioco Omen Exitio: Plague, continuiamo a parlare dell’universo lovecraftiano e delle sue suggestioni orrorifiche.
Le storie di Lovecraft suggeriscono qualcosa al di fuori dello spazio e del tempo. Soddisfano quell’esigenza umana che vuole trascendere la realtà conosciuta per arrivare a qualcosa di estraneo, troppo sovrumano per essere compreso, che può solo essere suggerito. L’intuizione della possibilità dell’esistenza di qualcosa di abnorme e inafferrabile per la mente umana suscita un orrore ancestrale.
Ecco la qualità di paura che può suscitare Lovecraft. È qualcosa che lo avvicina alla scrittura fantascientifica che tratta di mondi estranei e sconosciuti. Per sua sfortuna scriveva in un’epoca dove la letteratura che godeva di rispetto si rifaceva alla realtà, mentre quella fantastica era ritenuta di livello piuttosto basso. E in fondo è una sensibilità a noi nemmeno troppo estranea, nonostante il quasi secolo di distanza che ci separa.
Il lavoro di Lovecraft ha dovuto attendere diversi decenni perché la critica gli rivolgesse un po’ di attenzione imparziale. Sono note le vicende editoriali, per lo meno in Italia, che hanno visto traduzioni sommarie, censurate o tagliate delle sue opere. (Se Fruttero e Lucentini vi dicono qualcosa, sapete che erano brillanti scrittori, ma editori e critici molto meno attenti).

H. P. Lovecraft con William J. Dowdell

L’autore americano, nella sua veste di critico, ha scritto numerosi saggi, specialmente per i vari circoli di lettori appassionati di cui ha fatto parte nel corso della vita (Kalem Club per esempio). Qui più volte ha ribadito quanto l’immaginario, la fantasia e il senso del meraviglioso abbiano una posizione privilegiata sulla realtà.
Non solo, aveva idee molto specifiche e priorità ben definite: nella letteratura del terrore, per lui la narrativa sovrannaturale era superiore a quella che si limitava a raccontare la semplice paura fisica.
L’esistenza della città di R’lyeh terrorizza più di un tizio con una maschera di gomma armato di motosega che insegue una ragazza per le scale. Non si fa nessun tipo di problema a disprezzare la letteratura “impegnata”, quella intrisa di intenti sociali. Viveva la scrittura come un fatto estetico e l’influenza di temi sociali l’avrebbero in qualche modo rovinata. Allo stesso modo rimase profondamente diffidente nei confronti del filone romantico, secondo lui troppo concentrato sulle emozioni e i sentimenti, senza sforzarsi di trascenderli.
Immaginatevi la scena: se a un autore romantico tutto intento a contemplare la luna, Lovecraft avesse indicato il satellite dicendogli che quello era l’occhio di un’enorme e orrida creatura, il poveretto molto probabilmente non avrebbe capito, limitandosi a fissarlo perplesso.
Quello che Lovecraft critico volle rivendicare è che la letteratura fantastica merita la stessa attenzione e rilievo di quella chiamata “realistica” (se non di più, a volte). Non ci dovrebbero essere sfaccettature dell’esperienza umana escluse dalla scrittura artistica. Lovecraft era perfettamente consapevole di dover comunque rendere credibile una narrazione sovrannaturale. Il bizzarro subentra e fa capolino ed è il motore che suscita le emozioni e reazioni umane, che però devono essere appunto umane, quindi vere.
Quando Lovecraft elogia un autore poco conosciuto, Dunsany, dice come “crei un mondo che non è mai esistito e mai esisterà e che pure abbiamo sempre conosciuto e bramato nei nostri sogni” di fatto lanciandosi in una dichiarazione di poetica che potrebbe descrivere la sua stessa scrittura.
Lovecraft ci ha anche lasciato una lista dei suoi racconti fantastici preferiti, che ci aiutano a identificarne ancora meglio il gusto:

Edgar Allan Poe, The Fall of the House of Usher
Ambrose Bierce, The Death of Halpin Frayser
Robert W. Chambers, The Yellow Sign
Matthews Philipps Shiel, The House of Sounds
Arthur Machen, The Black Seal
Arthur Machen, The White People
Arthur Machen, The White Powder
Algernon Blackwood, The Willows
Montague Rhodes James, Count Magnus

Scendendo e scavando un po’ più a fondo si comincia a capire di cosa è fatta la paura che risveglia in noi la narrazione del mondo di Providence.
Prendiamo l’inarrestabile follia in cui sprofonda il narratore di Dagon: alla fine è la consapevolezza della terrificante antichità della Terra e della fragile posizione dell’uomo in essa (con le parole di Onderdonk, un commentatore di H.P.L.). Uno dei più forti desideri espressi dal Lovecraft è quello di afferrare temporaneamente l’illusione “di una misteriosa sospensione o violazione degli irritanti limiti di tempo, spazio e leggi naturali che da sempre ci imprigionano, frustrando la nostra curiosità riguardo gli infiniti spazi cosmici al di là del campo di ciò che possiamo vedere e analizzare”.
Insomma la realtà gli andava decisamente stretta. Si riconoscono certi toni della spinta all’oltre, alla curiosità per l’infinito dello spazio e del tempo che hanno caratterizzato ad esempio la narrazione fantascientifica del secolo. Ma in fondo per suscitare terrore non gli serviva allontanarsi dalla provincia americana. Anche con il concetto di tempo l’autore ingaggia una lotta all’ultimo sangue, mostro finale che divora ogni cosa e fonte dell’angoscia esistenziale che preme per uscire dalle pagine.

A dire il vero Lovecraft non nutriva molta stima per la letteratura fantascientifica, eccezione fatta per i racconti di H.G. Wells e pochi altri di cui riconosceva il valore. Era deluso dalla modalità con cui venivano trattati i temi dei viaggi nello spazio, dall’eccesso di produzione banale, artificiosa, senza sincerità e puerile. Non bastava secondo lui raccontare eventi inverosimili, anzi proprio perché erano nella condizione di dover superare questo handicap strutturale, lo scrittore aveva il dovere di renderli credibili attraverso un’appropriata atmosfera emotiva e un accurato realismo in ogni altro aspetto della storia. (Alcuni appunti sulla narrativa interplanetaria).
Lovecraft applica naturalmente al racconto fantascientifico ciò che considera fondamentale in ogni storia fantastica: un vivido ritratto realistico degli stati umani, da cui trapela tutto l’orrore e la meraviglia che un fenomeno che viola le leggi della natura susciterebbe.
Con le sue parole: “La paura è l’emozione più forte e profonda e anche quella che meglio conduce alla creazione di illusioni che sfidano le leggi naturali”



Fonte: http://www.orgoglionerd.it

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Updated: 10 novembre 2018 — 11:08
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