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I giorni del ferro e del sangue: la nostra recensione


La lunga serie di novità di Luglio della Mondadori si arricchisce con una storia tutta italiana: I giorni del ferro e del sangue di Santi Laganà è un romanzo storico ambientato alle soglie dell’anno mille nelle zone povere e boschive intorno a Roma, in un viaggio della speranza che parte da Caere Vetus, la moderna Cerveteri e si conclude nella splendida abbazia di Farfa.

I giorni del ferro e del sangue è il primo volume di una trilogia che nelle intenzioni dell’autore racconterà un periodo poco conosciuto della storia: l’Alto Medioevo e gli anni prima dell’Anno Mille.

I giorni del ferro e del sangue

La tragica vicenda

Anna è una contadina quindicenne che vive col padre e i fratelli nelle campagne vicino Caere. La storia comincia nella notte, quando un gruppo guidato dal valvassore Filoberto Testa massacra la sua famiglia e rapisce suo fratello Martello per venderlo come schiavo. L’obiettivo del gruppo era proprio lei, una ragazza giovane e bella che sarebbe stata destinata al piacere della curia romana, che governa le campagne ed è ormai corrotta dal vizio.

Quando capisce cosa sia successo al fratello, Anna intraprende la strada del riscatto, e cerca in tutti i modi di arrivare a Roma per liberarlo. Sulla sua strada incontrerà, insieme a tanta violenza, degli alleati: il cavaliere Arnolfo, il saggio Ezio e il giovane Furio, e insieme il gruppo improbabile dovrà far fronte alla brutalità e alla corruzione di un periodo storico che definire buio è riduttivo.

Il tono e la narrazione

Il tono della storia è cupo e violento: tutto è un pericolo, soprattutto per una quindicenne costretta a crescere molto in fretta. Abusi, violenza (anche carnale) e lussuria sono il pane quotidiano. Una caratteristica su cui l’autore si sofferma – e a ragione – è la mancanza di comunicazione. Il popolo, sparso per le campagne e impossibilitato a viaggiare, è afflitto da una profonda ignoranza, che insieme alla mancanza di prospettive di miglioramento della propria condizione diviene cattiveria.

Per dichiarazione dello stesso autore, lo stile della narrazione è volutamente basso, a riflettere il linguaggio stentato e rozzo del volgo di quel periodo storico. Intorno all’anno mille, infatti, il latino veniva usato solo dalle classi alte e dalla curia, mentre dal popolo, che non aveva altre lingue native e men che meno le basi minime dell’istruzione, parlava il cosiddetto volgare, una lingua fatta di approssimazioni, senza regole grammaticali vere e proprie, che verranno codificate per adattarsi all’uso commerciale e scritto solo trecento anni più tardi.

I giorni del ferro e del sangue

I temi

I giorni del ferro e del sangue si sofferma su un periodo storico poco esplorato nella narrativa italiana. Apre un sipario logoro su un periodo davvero buio, in cui l’assenza di istruzione riduce gli uomini alla condizione di bestie. Il concetto stesso di famiglia è dimenticato in favore della sopravvivenza, e gli scorci di fame, povertà e morte risultano terrificanti, dal punto di vista della società moderna.

Pagina dopo pagina la protagonista, Anna, subisce una quantità di violenze tale da giustificare e legittimare una sete di vendetta che deve necessariamente trovare uno sfogo. Il finale dolceamaro riscatta appena la fatica, ma risulta appropriato e funzionale alla narrazione, riuscendo a mettere in prospettiva la follia da fine del mondo che sarebbe scattata di lì a pochi anni.

Un viaggio archeologico

Il cammino di Anna parte dalle campagne vicino Caere Vetus, la moderna Cerveteri. La sua strada si snoda prima sulla costa e poi attraverso i boschi dei monti della Tolfa, attraversando una serie di località familiare ai lettori dell’Italia centrale. Dalla via Francigena alla torre del castello di Santa Severa, da Ostia ad Alsium, i cui resti si trovano vicino Ladispoli, fino ad arrivare ai Fori Imperiali, all’Isola Tiberina e come già detto all’abbazia di Farfa, leggere I giorni del ferro e del sangue è come fare una visita archeologica intorno a Roma.

La ricostruzione delle vicende a livello pratico è accurata: la carenza di attrezzi da lavoro e di armi di difesa, la fame, la sete, l’impossibilità di trovare soluzioni ai problemi più semplici (come ripararsi dalla pioggia), il rischio di infezioni e l’uso di erbe medicinali da parte della protagonista, sono tutti particolari che rendono vivo il periodo. Così come il fastidio del fango, abiti e corpi costantemente sporchi e maleodoranti e la sporcizia di qualsiasi cosa rendono il periodo storico vivido e non addolcito dalla fantasia che lo vuole in molte ricostruzioni come bucolico e auspicabile.

I giorni del ferro e del sangue

L’autore

Santi Laganà è un esordiente di sessantacinque anni proveniente dalla professione bancaria. Calabrese di Reggio, da molti anni vive nella campagna romana, e si propone con I giorni del ferro e del sangue di esplorare il buio periodo dell’Alto Medioevo. Il suo romanzo d’esordio sarà seguito da altri due volumi, che usciranno dall’Italia per arrivare a narrare delle rotte commerciali con il lontano Oriente.

Conclusioni

I giorni del ferro e del sangue è una lettura insolita. I protagonisti non sono trattati con i guanti, e si scontrano costantemente con la brutalità del mondo in cui vivono, trovandosi poi a convivere con le conseguenze psicologiche e fisiche di ciò che hanno subito. I luoghi affascinanti della narrazione sono velati da una patina di bruttura e sporcizia che ben si accordano a un’epoca di violenza e vizio, e nemmeno i pochi personaggi virtuosi hanno la forza di cambiare le cose. Un romanzo storico fin troppo crudele e accurato.



Fonte articolo: https://www.tomshw.it/

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Updated: 28 Luglio 2020 — 15:41
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