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Il Robot e il Professore, Parte Seconda: Tabula Rasa


La culla di ricarica ospitava una lunga figura inerte, con una flebile luce a disturbare la penombra del laboratorio. È la notte del giorno successivo al ritorno.
Il ciclo di ricarica finale è lento, in fondo le energie spese per Lucca sono state parecchie e una ricarica troppo veloce potrebbe friggere definitivamente i circuiti della sofisticata macchina. Un rischio che il Professore non è intenzionato a correre.
Qualcosa si accende, un piccolo interruttore alla base del cranio lampeggia brevemente. Qualche circuito si attiva, una nuova subroutine è stata aggiunta nei giorni precedenti: un dilemma. Ha a che fare con la scelta tra velocità e lentezza. Perché ha dei dubbi? Un robot non ha veramente possibilità di scelta, fa quello per cui è stato programmato dal proprio creatore. Ma non riesce a recuperare il programma originale, ha sentito che ci sono diverse modalità con cui completare delle operazioni. Possibilità differenti che possono rivelarsi egualmente efficienti. Non sempre un sistema è univocamente vantaggioso per tutti.
Un nanosecondo è passato, lo spazio necessario per questo ragionamento, e il circuito di riferimento si disattiva.
Il silenzio del laboratorio è rotto dal ronzio dei server e del supercomputer collegato al robot da spessi cavi, proprio per ricaricarlo, niente di più. In fondo è necessario che si disattivi temporaneamente. Così ha mormorato il creatore mentre lo collegava.
L’usura delle parti meccaniche è stata notevole, specialmente sugli arti inferiori (che hanno lavorato eccessivamente) e lievemente abrasi sulle piante dei piedi. Ore e ore di camino sulle mura e tra un padiglione e l’altro hanno messo a dura prova un corpo sintetico: si può solo immaginare cosa possa essere successo a quelli integralmente organici.
Le giunture delle spalle sono un altro punto problematico, sovraccaricate dal peso dei materiali di tipo cartaceo o plastico offerti a Lucca Comics e che è impossibile lo lasciassero indifferente con il loro occhieggiare tentatore dai banchetti. Ovviamente raccolti solo a scopi di analisi in questo caso, si intende.

Mentre la ricarica prosegue con estenuante lentezza, flash di ricordi e frammenti di informazione si susseguono nel cervello positronico del robot. Un essere umano può stringere amicizia fino a un numero di 150 persone dopodiché diventa fisiologicamente impossibile, e 5000 è il numero massimo di volti che può arrivare a riconoscere, senza ricordare i nomi dei soggetti.
Quanti volti ha potuto immagazzinare il nostro robot? Il giorno di maggior affluenza è stato sabato 3 novembre con più di 70mila biglietti acquistati. Cioè almeno 70mila facce presenti da riconoscere. Un gioco da ragazzi.
A una velocità incomprensibile per noi, ma normale per un robot, migliaia di volti scorrono. Si succedono rapidissimi, qualcuno più riconoscibile di altri, moltissimi hanno anche un nome collegato e suscitano un moto interiore non identificabile per la macchina. Che cos’è? Sono volti più vicini di altri che il robot non vuole dimenticare, ma volano via prima che possa arrestarne il percorso. Volano rapidi dentro il supercomputer, liberando spazio nella CPU e alleggerendo il software dal sovraccarico di informazioni. Sono andati ormai in una nuvola di byte.
Ha visto immagini prendere forma sulla carta: degli umani muovevano su un foglio pennarelli e lapis e vi rimanevano impresse forme e colori. Tutto questo senza che siano stati programmati a loro volta. Ha visto altri umani nascosti da elaborati costumi e parrucche con un sorriso in volto senza imbarazzi. La pelle organica di questi individui deve essere stata implementata con tecnologia simile alla sua, o evidentemente devono aver fatto rimuovere i propri rilevatori di temperatura ambientale. Altrimenti è davvero difficile spiegare una tale resistenza alle intemperie. Il suo creatore ha sempre avuto addosso solo un camice bianco, non aveva postulato l’esistenza di altre possibilità di copertura delle parti corporee, e di certo non così variopinte.
Le interazioni sono state molto interessanti da osservare. Espressioni tristi, felici, esaltate. Lunghe file di umani in colonna di fronte a un altro umano seduto intento a muovere pennarelli su carta.
Gli organici parlano tra loro, a volume di voce variabile, si abbracciano, si offendono, ridono. Cambiano. Hanno esperienze del mondo diverse e provano a raccontarle l’un l’altro a volte capendosi, a volte no.
Tutto questo il robot non vuole perderlo, non vuole che scompaia dai suoi processori. Nonostante ciò comincia a sentirsi più libero, più leggero, più vicino a com’era prima del lungo viaggio per Lucca.
Ha ancora le mappe ben dettagliate, la caratteristica forma della città di Lucca trasformata dall’invasione e pronta per l’incremento demografico spaventoso che subisce ogni anno. Palazzo Ducale, Self Area, Padiglione Napoleone, Giglio, Carducci… li ripete come un mantra. Auditorium San Girolamo… manca qualcosa… era qualcosa con una Caserma… e dei nerd e delle principesse.
Nulla, ormai è andato.

Il supercomputer tronfio se ne sta lì accanto alla culla di ricarica. È un po’ inquietante, sembra affamato, mentre se ne sta lì a lampeggiare con i cavi da cui continua a passare corrente in un senso e informazioni in quello opposto.
Una porta si apre lentamente e la luce esterna filtra gradualmente nel laboratorio, illuminando i macchinari. Dei passi si avvicinano e si fermano accanto alla culla.
“C’è stato un errore. Credevo di averti preparato a ogni possibile problema ma questo bug è stato un imprevisto. Il viaggio è durato 9 giorni, non un giorno lungo mille anni. La tua percezione del tempo è completamente alterata.
Parte del tuo cervello è convinta che tutto questo si sia svolto in una sola giornata, mentre altri circuiti lavorano come se tu stessi esistendo da un millennio, trascorso interamente a Lucca Comics & Games. I danni che questo può comportare sono gravissimi e sei troppo prezioso perché possa permetterlo. Mi dispiace, dovrai fare un sacrificio.”
Il Professore si riscuote rapidamente. Da quando è diventato così sensibile? È solo un robot, non può sentire come lui o capire. È solo un po’ di antropomorfismo, adesso passa, deve smetterla di proiettare le sue emozioni sulla creatura.
Si avvicina al terminale e verifica lo stato di avanzamento del processo: 90%. Rimane molto poco di quello che è stato nella mente positronica, ma in fondo è per il suo bene. Una volta svuotato potrà ricaricarsi e ripartire per la prossima avventura, come una tabula rasa. Guarda sconsolato la fine del processo di obliterazione.
“Buonanotte, amico”

 



Fonte: http://www.orgoglionerd.it

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Updated: 9 novembre 2018 — 13:19
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