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Le signore degli schermi – Jo March: Piccole Donne


Mi vergogno di essere donna. Basterebbe questa breve citazione per aprire dibattiti e riflessioni di ampio respiro, e per certi aspetti è quello che tenteremo di fare in questa nuova rubrica che inauguriamo in bellezza con un personaggio noto al grande pubblico di lettori e spettatori che ha avuto l’onore di rimanere affascinato di fronte al carisma di Josephine March, meglio nota semplicemente come Jo, la seconda delle quattro sorelle di Piccole Donne. Storia universale a partire dal libro, portata alla luce dei riflettori grazie al cinema dei decenni scorsi, torna nelle sale agli esordi del 2020, riesce ancora a parlare a tutti gli spettatori e di tutti gli spettatori. Jo riesce a trasmettere una forza tale da andare oltre l’immedesimazione impulsivamente dettata dall’essere donna, ragazza o bambina. Difficile trovare uno spettatore, quale che sia il suo genere, che non sia rimasto impressionato da almeno un fotogramma denso dell’energia trasmessa da Jo.

Josephine March

La giovane March diventa in questo film ancora più simbolica di quanto non avessimo visto nel libro, e si eleva a parafrasi di lotta e determinazione per chiunque, non solo da un punto di vista femminile (o femminista). L’ardore della giovane, piccola donna è tale da insegnare una lezione a chiunque: andare contro i cliché velleitari e per lei già vetusti, soffocanti e stagnanti, che vorrebbero farla affondare nelle loro acque profonde, ma Jo sa nuotare, anche senza salvagente. In questo mare però la sua vera àncora è la famiglia, un tratto del suo carattere quasi stridente con il resto, che potenzialmente la prevede come donna totalmente indipendente e lontana da qualsiasi affetto e legame sentimentale; ma chi ha detto che essere forti significhi essere gelidi e freddi? Non è certo diretta conseguenza e concatenazione nella definizione di un animo che brucia e che aiuta a dipingere questo variopinto quadro che è Jo March.

Non è il solito manifesto femminista, quello di cui stiamo parlando. Cerchiamo in questa analisi di non scadere nelle solite banalità e scontatezze, perché ormai il rischio è che i “semplici” e sacrosanti diritti che dovrebbero spettare a tutti, riescano pietosamente a scadere nel luogo comune del femminismo, accompagnato da falso buonismo e altre formalità che poi cozzano e si scontrano con la realtà di un mondo che ancora tende a sopraffare la donna, senza un vero fondamento di base. Partiamo anche dal presupposto che il messaggio da inviare allo spettatore non sia necessariamente quello. Che Piccole Donne parli appunto dell’universo femminile non se ne fa mistero, lo dice il titolo, chiaramente, ma c’è dell’altro: Greta Gerwig ha preso delle attrici e una piccola manciata di ambientazioni per fare un capolavoro di cui non ci chiediamo in quali anni sia ambientato di precsio, non ci importa. Per quanto le gonne siano gonfie, i benestanti siedano su carrozze e la scarlattina si porti via le anime più piccole e pure, questi personaggi dipinti sullo schermo sono senza tempo, come le loro parole e i loro sentimenti.

Il mondo di Jo

Jo è puro fuoco cristallino contrastato dalla sua angelica bellezza data dal pallore delle guance, il freddo azzurro degli occhi e quella corona di fiori che la rende una vera e propria Venere del Botticelli, quando la sorella Meg gliela pone sul capo. Jo rappresenta ciò che è giusto per una donna, per un essere umano a prescindere dal proprio sesso e dalla propria identità sessuale: rincorrere i propri sogni sentendosi liberi. È l’ispirazione, è l’espressione del giusto e del sacrosanto per le donne e per chiunque, è la libertà e il fuoco della passione per quello che si fa, senza essere egoisti anzi, nutrendo un forte e spassionato amore e attaccamento per la famiglia. Una personalità a tutto tondo, quella che emerge nel film (non che fosse da meno nel libro), quasi oscurando e “banalizzando” in parte le altre figure, naturalmente messe in ombra da un carisma così eccezionale.

Liberarsi da gonne voluminose, pizzi, merletti, maquillage e sentirsi in pace con se stessa per non dover necessariamente andare alla ricerca della propria metà, se non lo si desidera. Lavorare più di qualsiasi altra sorella, sporcarsi letteralmente le mani con l’inchiostro di un libro che solo dopo qualche tempo deciderà di pubblicare con il suo vero nome, e non “per conto di un’amica”. L’incarnazione del nosce te ipsum, la schiettezza con sé e con gli altri, a rischio di sembrare talvolta puerili e istintivi, ma sicuramente trasparenti e sinceri. Questo è in breve il ritratto di una giovane donna che ha piena consapevolezza della propria condizione, vergognandosi di essere donna non per il fatto in sé, ma per il modo in cui la società ha ridotto la figura femminile a mera esecutrice di faccende domestiche, figliando e badando alla casa, senza dimenticare l’ovvia sottomissione al dominio patriarcale.

La “donna del mese

Decisamente la “donna del mese” della nostra rubrica, la giovane Jo è tutto quello che possiamo augurare a una persona di essere. Un po’ come se fosse uscita dalla schiera di personaggi citati nelle Storie della buonanotte per bambine ribelli, o una cosa simile. La differenza è che Jo March avrebbe meritato di essere una persona vera; a maggior ragione dobbiamo sfoderare la nostra violenta passione per ciò in cui crediamo ancora di più, per far vivere nel nostro cuore e nelle nostre azioni questa idea, questa ambizione, questo modello che ci invita a non essere necessariamente in linea con quello che la società si aspetta da noi, perché per essere forti bisogna avere forza, ma per essere se stessi bisogna avere coraggio.



Fonte articolo: https://www.tomshw.it/

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Updated: 31 Gennaio 2020 — 18:26
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