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L’unico modo di sopravvivere al nuovo album di Francesca Michielin è fingersi morti


Lo scopriremo solo vivendo.

Dici questa frase, chiusa del ritornello di una delle canzoni più popolari di Lucio Battisti, Con Il Nastro Rosa, e di conseguenza di una delle canzoni più popolari italiane di tutte, e non hai neanche bisogno di aggiungere altro. Un verso, scritto per la cronaca da Mogol, che è diventato una sorta di manifesto all’esistenzialismo venato di fatalismo tipico di chi non sa, non può sapere, non vuole sapere quel che il destino ci ha riservato, in amore come più semplicemente nella vita di tutti i giorni. Un verso che ha superato decisamente la popolarità della canzone da cui è tratto, e volendo anche dell’autore della canzone e del verso in questione, perché oggi quella frase, “lo scopriremo solo vivendo”, la sentiamo citata anche in contesti in cui la canzone non c’entrerebbe proprio, come un modo di dire divenuto consueto, familiare, quotidiano. Un modo anche un po’ spiccio per chiudere certe discussioni che non sanno o non possono arrivare a una conclusione certa. Lo scopriremo solo vivendo, e via, passiamo oltre.

Con Il Nastro Rosa compie nel 2020 quarant’anni, e a parte questa intuizione, geniale, è una canzone che sia nella scrittura che nei suoni è attualissima, come gran parte della produzione del Battisti ultima fase con Mogol, quello con Panella no, è decisamente ancora troppo avanti. Quarant’anni e non sentirli, potrei aggiungere, tanto per banalizzare queste frasi che, appunto, sono entrate nell’immaginario collettivo.

La canzone in questione, contenuta in quel Una Giornata Uggiosa che sanciva, appunto, la fine del sodalizio tra il cantautore di Boggio Bustone e il paroliere di via Casoretto, partiva già bene, con versi a loro volta entrati nell’immaginario collettivo: “Inseguendo una libellula in un prato, un giorno che avevo chiuso col passato, quando già credevo d’esserci riuscito, son caduto”. Parole potentissime, evocative, poetiche. Le senti e capisci subito che quell’immagine così vivida, quasi cinematografica, è al tempo stesso concreta e metaforica, non ci vuole certo un linguista a spiegarcelo, pur rimanendo saldamente ancorata alla terra, alla natura (nello stesso album il tema ambientalista è ben presente, ma in questo la coppia ha sempre avuto una particolare attenzione, si pensi non fosse altro al famoso viaggio a cavallo compiuto dai due giusto dieci anni prima, dalla Cascina Longora di Carpiano, nei pressi di Milano, fino a Roma).

Inseguendo una libellula in un prato.

Ecco, non voglio passare per il Pasolini che parla delle lucciole, non ne ho la potenza poetica, e già il solo sottolinearlo da me fa ridere, ma non ne ho neanche l’intenzione, figuriamoci, ma io ho ben presente cosa sia una libellula, non così, credo, per buona parte dei giovani lettori. Esattamente un discorso simile lo si potrebbe improntare riguardo le lucciole, in effetti. So cosa sono le libellule perché, usava così quando ero piccolo, e anche quando ero giovane, ho passato del lungo tempo in mezzo alla natura, e le libellule, Battisti o non Battisti erano assai presenti in natura, specie in quei posti in cui, oltre i prati, presentavano anche corsi d’acqua o ancora meglio acqua stagnante. Col che non voglio manifestare una mia conoscenza delle abitudini e dei costumi delle libellule, magari era solo una casualità. Casualità che, ripetuta, fa anche statistica, ma senza con questo volermi dare una credibilità scientifica che non ho, e che ho anche meno di quella poetica.

Delle libellule però so qualcosa, e se nello specifico uso
il femminile non è solo perché l’insetto in sé lo pretende, non si dice i
libelluli per i maschi e le libellule per le femmine, ma perché proprio ora
andrò a parlarvi delle libellule femmine, o delle femmine delle libellule, fate
voi.

Ho letto recentemente una usanza delle libellule femmine che mi ha molto colpito. Spero di non doverlo più ripetere, ma forse stavolta è ancora necessario, non sono particolarmente interessato al mondo degli animali. Neanche a quello degli umani, a dirla tutta, ma scrivendo di musica mi capita di doverlo affrontare. Per quello che riguarda il mondo degli animali, invece, è stata inizialmente una scelta, nel momento in cui, dovendo parlare dell’uscita di un disco che mi sembrava molto irrilevante, e che in effetti molto irrilevante si è dimostrato, Dediche e Manie di Biagio Antonacci, mi sono lasciato andare a tutto un racconto su una mia allora recente scoperta, cioè che i cavalli affogano imbarcando acqua non dalla bocca ma dal culo. La cosa, il fatto cioè che io abbia usato questo fatto per parlare dell’uscita di un album irrilevante, non ha mancato di colpire l’immaginario dei lettori e degli addetti ai lavori, al punto che quell’album è da quel momento diventato Il cavallo che affoga dal culo, tanto quanto, per dire, Fabrizio De Andrè, album omonimo del cantautore genovese, è diventato L’indiano in virtù dell’immagine di un pellerossa che campeggiava in copertina. Non solo, da allora, sono passati credo tre anni buoni, è raro che mi capiti di conoscere un nuovo artista o di incontrare un qualche addetto ai lavori che non ho ancora conosciuto che non finisca per citarmi quell’articolo, è proprio il caso di dirlo, un mio cavallo di battaglia. Da quel momento, per ragioni che da una parte non fatico a comprendere, ma che confesso a volte mi mettono in un certo imbarazzo, non faccio che ricevere segnalazioni di documentari, video, articoli e anche libri che abbiano come argomento un qualche comportamento bizzarro di un qualche animale. Giuro, ma so che non faticherete a credermi, mi è anche stato proposto da qualche editore di scrivere una sorta di bestiario musicale, anche perché, e qui magari ho anche io delle colpe, nel tempo ho usato un certo numero di queste storie bizzarre per provare a raccontare, a raccontarvi, la bizzarria di dover scrivere di album che, in un mondo normale, magari un po’ più dominato dal darwinismo, non sarebbero neanche arrivati alla fase di pre-produzione. Come dire, piuttosto che dedicare parole e pensieri a musica di merda è meglio dedicarla a animali o situazioni che quantomeno ci danno agio di scrivere qualcosa di interessante, di divertente, di non conosciuto.

Torno quindi alle libellule, e nello specifico alle libellule femmine. Ho letto recentemente che le libellule femmine hanno un serio problema con le libellule maschio. Da quel che, guardando quei documentari e leggendo quegli articoli mi è parso di capire, a dire il vero, credo che problemi tra animali femmine e animali maschi siano all’ordine del giorno in quasi tutte le specie, uomini inclusi. Forse fanno eccezione i bonomo, non a caso assurti a fama planetaria proprio per quel loro vivere felici e contenti. Comunque, che succede alle libellule femmine? Semplice, nel momento dell’accoppiamento, che capita, vado a memoria, ogni tot mesi, le femmine delle libellule tendono come molti animali a andare in calore, cioè rendono facilmente manifesta la loro condizione di insetti predisposti alla procreazione. Questo fa sì, ma anche qui non dico nulla di strano, che i maschi le vadano cercando con un certo entusiasmo, in questo non diversi da tutti gli altri animali, o quasi. Succede però che l’organo riproduttivo della libellula maschio sia, così diceva l’articolo che ho letto, spinoso. Non in senso metaforico, intendiamoci, ma in senso letterale, fisico. Avere a che fare con un organo genitale spinoso, immagino, non deve essere un bagno di salute, o quantomeno non deve essere piacevolissimo, ma qui mi sto lasciando andare a libere interpretazioni. So che esistono dildo a forma di Donald Trump, immagino che un cazzetto di libellula dotato di spine possa pure essere passabile. Così non deve però pensarla la libellula femmina, che in effetti è tarata sulle dimensioni del piccolo fallo spinoso, perché l’articolo che ho letto racconta appunto questo bizzarro modo di affrontare la faccenda. Allora, dato per assodato che la natura preveda che ci si riproduca, quindi passi il doversi accoppiare con maschi che rendano il tutto poco piacevole, suppongo che a riguardo ci sono parecchie umane che potrebbero dire la loro, e non fosse solo questa la faccenda c’è pure il dolore del parto e tutto il resto a non rendere il tutto una passeggiata, quindi, dato per assodato che la natura preveda che ci si riproduca, la libellula femmina tende a mettersi subito a disposizione del primo maschio che capita, nel momento in cui va in calore. Non so se conosca tecniche per rendere la cosa più piacevole, o se ne conosca altre per rendere l’accoppiamento più veloce, l’articolo non era così scientifico, ma di fatto la libellula femmina si accoppia e porta a casa la gravidanza desiderata, sempre che si chiami gravidanza anche quella delle libellule. Fin qui, quindi, tutto regolare, la natura vince. Succede però che i maschi non siano avvisati in alcun modo dell’avvenuto accoppiamento, o che, se ne vengono in qualche modo a conoscenza, anche su questo l’articolo era vago, se ne freghino. Per cui la povera libellula deve passare ore, immagino forse addirittura giorni, a schivare maschi infoiati che vogliono accoppiarsi, lì coi loro cazzetti spinosi. Una brutta situazione, immagino. Su come gli scienziati sappiano tutte queste cose, lo confesso, non ho certezze. E già l’idea che ci sia qualcuno che nella vita viene pagato per sapere che l’organo riproduttivo maschile delle libellule è spinoso mi sembra una cosa meravigliosa. Di fatto l’articolo spiegava che, una volta accoppiatasi la libellula comincia una sorta di calvario. Non essendo infatti il maschio che l’ha accoppiata il suo compagno, nel senso che le libellule non hanno una vita matrimoniale o di coppia, ma si riproducono così, chi capita capita, ecco che la povera libellula femmina deve cercare un modo per salvarsi dai ripetuti attacchi sessuali da parte degli altri maschi. L’articolo, giuro, parla di stupro, immagino in assenza di altre parole più scientificamente idonee. Siccome però scappare è piuttosto complicato, perché se Battisti, o Mogol, vai a capire chi dei due era il protagonista di Con Il Nastro Rosa, ben ci ha insegnato che inseguire una libellula in un prato è sì facile, prenderla meno, ma un conto è un uomo che insegue una libellula, un contro una libellula che insegue una libellula, ecco che la libellula femmina, forse guardando a sua volta documentari su animali, in modo particolare quello sui predatori o sugli animali che sono prede dei predatori, ha nel tempo ideato uno stratagemma che si è rivelato vincente. Questo. La libellula femmina è lì che corre su un prato, come nel brano di cui sopra, inseguita però da una libellula maschio, incurante che lei sia già stata ingravidata, e col suo cazzetto spinoso pronto a ferirla, a stuprarla. Cosa fa a questo punto la libellula femmina, come da tradizione  cade a terra, di colpo, fingendosi morta. La libellula maschio frena, scende, la studia, ci gira un po’ intorno poi, non essendo suppongo necrofila, se ne va. Sul perché un insetto, o anche un predatore, abbocchi a questa cazzata del fingersi morto, onestamente, mi sono a lungo interrogato, e se dico a lungo è perché, in fondo, evidentemente ho un sacco di tempo da perdere, ma di fatto far finta di essere morti funziona, perché alcune prede si salvano e perché le libellule femmine sanno che così facendo non dovranno accontentare maschi eccitati e spinosi.

Ora, non sono un animale. Immaginatemi mentre lo dico con la stessa voce stentata del protagonista di Elephant Man, lì, mentre la folla lo insegue nei pressi della stazione dove, involontariamente, ha fatto cadere una bambina. Non sono un animale, anche se da noi è stato tradotto, pragmaticamente, in un più esplicito “Non sono un mostro”. O pensatelo detto con la voce lieve e soave di Diodato, io non sono un animale e tu non sei un’anima, tanto per parafrasare l’incipit del sul Fai Rumore. Decidete voi.

Sta di fatto che non sono un animale, quindi non devo fingere di essere morto perché non ho prede che vogliano divorarmi, dopo aver giocato con me, né maschi che vogliono deflorarmi coi loro cazzetti spinosi. Anzi, se proprio dovessi dirla tutta per com’è, se fossimo nel campo degli animali, e se non lo so io che ormai sono diventato una sorta di mix tra Piero Angela e Licia Colò, sempre qui a parlare di zebre che si mangiano le palle per liberarle da spermatozoi in eccesso, o wombati che cagano merda con forme geometriche strane, chi mai potrebbe saperlo?, se proprio dovessi dirla per com’è, andando a pescare per una volta autobiograficamente nel mondo degli animali è più con un predatore che mi racconterei che con una preda, lasciando decisamente da parte maschi e femmine, terreno spinoso come il cazzetto di una libellula. Un predatore, o quantomeno un animale solitario, che coi predatori ci gioca, a sua volta, incurante del loro essere più grossi e cattivi, mica ho scelto come nome del mio sito il tasso del miele.

Non sono un animale, quindi, né un insetto intimorito all’idea di accoppiarsi, ma se penso che tempo un paio di settimane ci toccherà star qui a disquisire di Francesca Michielin e del suo nuovo album, del suo essere una polistrumentista in virtù del fatto che sa suonare La Canzone Del Sole con la chitarra, che tanto manco c’è il barré, e che col cembalo tiene il tempo, sempre che non sia un ritmo troppo complicato, se penso che tempo un paio di settimane ci toccherà dire di quanto Francesca Michielin sia sempre disposta a rimettersi in gioco, vedendo in questa sua totale assenza di riconoscibilità e di personalità un qualche misterioso pregio più che un limite incolmabile, se penso che tempo un paio di settimane ci toccherà dire che Francesca Michielin è un’altra artista uscita dal talent che ce l’ha fatta, e non importa che non ci siano numeri rilevanti discograficamente parlando, né numeri rilevanti per quel che riguarda i concerti, basta dirselo a voce alta e crederci, come quando prendi i Fiori di Bach o ti curi con l’omepoatia. Ecco, se penso a tutto questo, l’unica reazione possibile è cadere a terra, fingersi morto e sperare che non ci sia nei pressi uno di quei blogghettari giovani e effimeri pronti a mettere i cuoricini ai suoi post nella speranza che il loro ufficio stampa, la temibilissima Dalia Gaberscik, prima o poi li inserisca nel suo cerchio magico in compagnia dei Pool Guys, un posto in prima fila alle conferenze garantito d’ufficio e una intervista esclusiva fatta in quel ristorante che prepara il sushi sul momento, ecco, se penso a tutto questo, l’unica  reazione possibile è cadere a terra, fingersi morto e sperare che non ci sia nei pressi uno di quei blogghettari giovani e effimeri pronti a banchettare con me. Già stiamo vivendo un periodo sufficientemente catastrofico, vi prego, abbiate almeno pietà di un cinquantenne che tira avanti facendo la libellula.





Fonte: http://www.optimaitalia.com/

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Updated: 24 Febbraio 2020 — 10:53
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