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Patti Smith, “Gloria”| Needle


13 febbraio: giornata mondiale delle radio. Ma esistono ancora? Tecnicamente sì, anche formalmente, ma come sono cambiate?

Eugenio
Finardi cantava:

Amo la radio perché arriva
dalla gente

Entra nelle case e ci parla direttamente
E se una radio è libera, ma libera veramente
Mi piace ancor di più perché libera la mente
.

Ma le radio sono ancora
libere? No. Perlomeno non lo sono le grandi radio. Sono solo private e
l’obiettivo, o la missione come avevamo a metà degli anni ’70, è totalmente
volta al business. Così le radio sono state svuotate di contenuti e la musica è
gestita da playlist che hanno come priorità accordi editoriali, suoni
compressi, uniformi, che non disturbino chi ascolta. Così quando accendiamo una
radio veniamo avvolti da una melassa, una marmellata di suoni, poche parole
inutili e pubblicità che non ascoltiamo più con attenzione, ma come sottofondo
rassicurante per un viaggio in automobile. Così facendo non ci accorgiamo
neppure della differenza tra una canzone e uno spot pubblicitario. Non
memorizziamo nulla.

Purtroppo le piccole radio,
per la maggior parte, invece di cercare una propria identità copiano e grandi
network con l’errata considerazione che se loro hanno successo con quella playlist,
significa che funziona.

Quando cominciammo non era
così. Finalmente utilizzammo la radio per trasmettere la musica che avremmo
voluto sentire alla Rai, ma che non veniva trasmessa. Ricordo ancora, di notte,
che cercavo le frequenze di Radio Luxemburg e mi fermavo anche mezzora ai bordi
della strada a Castelmaggiore perché lì prendeva bene. Tutto per sentire la
musica che amavo e scoprire quella che non conoscevo.

Appena avuta la possibilità
di trasmettere io, ecco che mi sfogai con Jimi Hendrix, Doors, Janis Joplin,
Cream, Led Zeppelin, Sex Pistols, Clash, Damned, fino ad arrivare ai Throbbing
Gristle. Come me, anche Vasco Rossi si sfogava nella sua Punto Radio facendo
sentire i cantautori che la Rai si guardava bene dal trasmettere.

La nostra missione era far
conoscere artisti e brani che un pubblico curioso non sapeva esistessero.

Io andavo a Londra a riempire
lo zaino di dischi. Ero costretto a fare il viaggio in treno, passando la
Manica sul battello, perché in aereo non era possibile imbarcare zaini così
pesanti. Saccheggiavo Rough Trade, il negozio del punk. Lì scoprii, ad esempio,
Patti Smith. Impazzii per “Horses”, il suo primo album, che si apriva con una
versione incredibile della “Gloria” degli Them di Van Morrison.

Immediatamente andai a
trovare Beppe Nannucci, nel suo negozio in via Oberdan. Avevo convinto Bebbe a
diventare anche socio della radio che avevo fondato con Bonvi, dopo la fuga di
Lucio Dalla e Francesco Guccini dal nostro progetto di Marconi & Co.

Dissi a Nannucci che doveva
assolutamente importare l’album di Patti Smith. Lui replicò che minimo ne
doveva ordinare 25 copie. Io lo rassicurai: “Te le faccio vendere tutte”.

Cominciai a mandare Patti
Smith in tutti i miei programmi. Con immenso orgoglio, due anni dopo Patti
Smith riempiva gli stadi di Bologna e Firenze. Avevo contribuito a creare un
grande successo.

Oggi tutto è cambiato. Lo
slogan di tutte le radio è “Solo grandi successi”. Tranquillo, non trasmettiamo
nulla che tu non conosca o che non ti diventi familiare in poche ore.

Ecco perché nessuno presta
più attenzione alle radio, alla musica che ormai è diventata karaoke, a quello
che DJ cercano di inventarsi nei pochi secondi a disposizione tra una canzone e
uno spot pubblicitario. Ecco perché “La Zanzara” di Cruciani ha successo:
perché, anche se non ti piace, accade qualcosa di imprevedibile.

Spotify ha copiato la
strategia delle prime radio libere. Come? Per riuscire a conquistare mercato a
scapito delle radio, ha privilegiato la musica che le radio non trasmettevano,
la trap. Con gli algoritmi l’hanno inserita a forza nelle playlist che i
ragazzi ascoltavano, fino al punto di creare dipendenza. Le radio hanno
cercato, inutilmente, di trasmettere un brano trap ogni tanto, ottenendo solo
il risultato di scontentare gli ascoltatori, senza conquistare i ragazzini, che
non sopportano di sentire un’ora di “Mambo salentino” per poter ascoltare una
canzone trap.

Ho fatto di recente due
esperimenti in radio. Il primo fu “Ritratti” su RaiRadio2, dove per la prima
volta usai anche vinili. All’improvviso scoprii che il mio programma era 1°
nella classifica dei podcast scaricati. Questo non fece felice qualcuno in Rai,
anche perché era un programma figlio di nessuno, fatto nello studio di Bologna
da me e dal tecnico alla consolle. Non c’erano registi, autori, nulla. Quindi
il programma fu cancellato.

Il secondo esperimento è
stato “Red Ronnie live in vinile” su RTL. Lorenzo Suraci era impazzito di gioia
per questo programma. Lo ha però cancellato dopo una sola edizione. Perché
forse era qualcosa di alieno nell’insieme di una radio che non può avere
momenti diversi. Poco importa se ancora oggi mi chiedano perché non c’è più.

In realtà esiste, faccio
ancora quei programmi su www.redronnie.tv da cui estraggo dei Needle che pubblico su OptiMagazine.

Poi, ogni mio programma TV,
come il Barone Rosso, è in realtà un programma radiofonico dove casualmente ci
sono telecamere.

Il futuro? I podcast.

www.redronnie.tv





Fonte: http://www.optimaitalia.com/

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Updated: 13 Febbraio 2020 — 18:08
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