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Ride: quando la sofferenza è silenziosa


Valerio Mastandrea, uno tra i più apprezzati attori italiani attualmente in attività, candidato ben undici volte ai David di Donatello con quattro vittorie in curriculum, ha recentemente fatto il grande passo e ha debuttato dietro la macchina da presa. In questi giorni è infatti arrivato nelle sale italiane Ride, il suo primo lungometraggio nel ruolo di regista. Com’è andata questa prima esperienza? Proviamo a vederlo insieme in questa recensione.

“Io voglio e devo stare male. È un mio diritto”

Ride si sviluppa attraverso tre linee principali, finemente intrecciate tra loro. Quella principale è quella di Carolina, una giovane donna che ha perso suo marito a causa di un incidente, ma non riesce ad esprimere la sua sofferenza, non riesce a versare una singola lacrima al pensiero. Non significa che non soffra, anzi, ma nonostante tentativi di ogni tipo, piangere le viene impossibile.

Al suo fianco c’è Bruno, il figlio di dieci anni, che affronta la morte del padre insieme al suo migliore amico, preparandosi a una possibile intervista televisiva al funerale, con cui spera di conquistare l’amore di una ragazzina. E infine c’è Cesare, anziano operaio della stessa fabbrica in cui lavorava il marito di Carolina, alle prese con il senso di colpa per non essere riuscito a salvarlo e non solo…

Il tema al centro di Ride non è quindi tra i più leggeri. Gli sceneggiatori Enrico Audenino e Mastandrea stesso, lo affrontano tuttavia da un punto di vista diverso da quello classico. Il dramma qui non è tanto la morte stessa del marito di Carolina, quanto il dolore che non riesce ad esprimersi in maniera convenzionale e il significato che questa dimostrazione della sofferenza ha nel mondo moderno.

Diversi momenti nella pellicola sono velati da una leggera patina di humour al limite dell’assurdo, tra chi cerca di “appropriarsi” della sofferenza di Carolina, chi cerca di spiegarle come deve sentirsi e i tentativi paradossali di quest’ultima di scoppiare in un pianto disperato in memoria del marito.

Anche per questo lo spettatore riesce davvero a empatizzare con Carolina. Per la maggior parte della pellicola, la tristezza che la situazione dovrebbe trasmettere non riesce a dare quel pugno allo stomaco che ci si aspetterebbe. Ogni volta che siamo sul punto di commuoverci, un nuovo momento tragicomico ci si para davanti, fermando le lacrime sulla linea del traguardo.

Cosa significa la sofferenza nel mondo moderno?

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Ride è una interessante riflessione su cosa vuol dire oggi affrontare un momento di sofferenza estrema, come quello con cui deve fare i conti la protagonista. La difficoltà nell’aderire al modello classico che ci viene presentato di solito amplifica il dolore della giovane: Carolina soffre, ma la pressione di non riuscire ad esplicitare i suoi sentimenti rende il suo dramma ancora più intenso.

In questo si inserisce l’influenza dei media. Non solo dal punto di vista della diffusione del modello di cui sopra, ma anche nel volersi quasi appropriare di questo dolore per sfruttarlo per i propri scopi. Per quanto possano strappare un sorriso, le scene di Bruno che prova la sua intervista in cui racconta del padre sono effettivamente terrificanti. È un tema che non viene particolarmente sottolineato nel film, ma proprio per questo diventa fondamentale.

Valerio Mastandrea si destreggia piuttosto bene dietro la macchina da presa e riesce a dirigere ottimamente il suo cast. La protagonista Chiara Martegiani convince, così come gli attori più giovani, spesso problematici nei film italiani. Una menzione speciale merita Stefano Dionisi, che offre senza dubbio la performance migliore di tutto il film.

“Come ci si veste per un funerale?”

In conclusione quindi, Ride è un buon film, nonché un ottimo debutto per Valerio Mastandrea. Non manca qualche imperfezione chiaramente, ma merita di essere visto anche solo per il suo particolare approccio al tema. Non resta che aspettare e vedere cos’altro questo grande attore e regista ha in serbo per il suo pubblico.



Fonte: http://www.orgoglionerd.it

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Updated: 30 novembre 2018 — 9:08
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