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Sanremo ha finito la mia opera meritoria, seppellendo di fiori una discografia necrotizzata


Francamente non ho idea se
abbia senso fare il punto della situazione su una manifestazione che è sì
assolutizzante, che, cioè, si mangia tutto ciò che ha intorno, dalla Terza
Guerra Mondiale scatenata da Trump al Coronavirus, passando per le solite
cazzate messe su da Salvini, senza lasciare niente al resto, manifestazione,
però, che dopo una settimana finisce e tutti a casa, si torna a parlare
d’altro, nello specifico di Trump che fa saltare in aria le tombe dei nativi americani,
del Coronavirus e di come Salvini, anestetizzato per una settimana, abbia perso
consensi.

A occhio direi di no, non ha
senso.

Ma poi penso che, a fronte
delle tante parole dette a voce, in fondo, io di Sanremo, inteso come Festival
di Sanremo, ho scritto molto meno di quanto in genere faccio, e io sono più un
uomo di parole scritte che di parole dette, immagino non vi sarà sfuggito.

Così eccomi qui a scriverne, e a cercare di fare il punto della situazione a circa una settimana dalla fine di questa settantesima edizione.

Partiamo dallo spettacolo televisivo, anche se non è il mio terreno di gioco. Neanche la musica che passa a Sanremo, in buona parte, lo sarebbe. Nel senso che in un mondo regolato da leggi anche approssimative io neanche dovrei saperlo che esiste Sanremo, dovrei occuparmi del ritorno in Italia dei Mudhoney, per dire, o di quello di Michael Franti, non certo di Junior Cally o Elettra Lamborghini. Ma tant’è, per potermi occupare della musica che mi interessa farvi conoscere, molta della quale è transitata da Sanremo grazie a OptiMagazine e a Attico Monina, mi tocca prendermi tutto il pacchetto, musica demmerda compresa e spettacolo televisivo compreso. Lo scrivevo mentre mi addentravo in filosofiche difese proprio di Junior Cally, personaggio discutibilissimo che da oggi riprendo a non considerare affatto, se si decide di occuparsi del Festival, e io ho deciso da anni di farlo, tocca stare alle regole del Festival, e quindi del suo direttore artistico, Amadeus. Il che mi ha portato, nello specifico, a difendere un personaggio che da oggi riprendo a considerare un ciarlatano che ha usato la maschera per farsi pubblicità, e il clamore pompato dai ciarlatani di turno per promuoversi gratuitamente in tutti i luoghi e in tutti i laghi. Fortunatamente la sua canzone era talmente irrilevante, e la sua strategia di comunicazione così risibile, presentarsi sul palco vestito normale e senza maschera, ma come si fa?, che già dopo dieci minuti che aveva consumato il suo primo passaggio ce lo eravamo dimenticati per sempre, amen.

Comunque, parlando quindi di spettacolo televisivo, sottolineando ancora una volta come Amadeus si sia comportato come qualcuno a cui abbiamo fatto uno sgarbo imperdonabile, un Marcellus Wallace appena salvato da Bruce Willis, e questa immagine rimanga ben impressa a chi a me ha fatto sgarbi imperdonabili, per altro, facendoci stare in piedi fino all’alba per seguire, penso solo alla finale, interminabili inutili gag o un Grigolo che canta i Queen in siparietti imbarazzanti, non credo neanche serva star qui a sottolinearlo troppo, ecco, sottolineando come Amadeus si sia comportato come qualcuno a cui abbiamo fatto un sgarbo imperdonabile, va detto che televisivamente parlando la scelta di chiamare come presentatore Fiorello è stata vincente, perché Fiorello è uno che sul palco sa come muoversi. Meno quella di spalmare su tutto il palinsesto presenze femminili, quasi sempre di contorno, spesso costrette a portare avanti monologhi che, a eccezione di quello di Rula Jabrael, sembravano messi su nei camerini, mentre stava cantando Anastasio, per distrarsi. Meno azzeccata anche la mossa di coinvolgere Mr Simpatia, al secolo Tiziano Ferro, non solo perché i suoi sorrisi e le sue lacrime sono apparse sempre forzate, ma anche perché a cantare, che sarebbe il suo mestiere, gli è riuscito davvero male. Se lui ha pianto a beneficio di telecamera dopo aver martoriato Mimì, comprensibilmente, abbiamo pianto molto anche noi, privatamente, e non avremmo voluto farlo. Unica nota di merito lo sbrocco pubblico contro Fiorello, ché almeno si sappia chi è Tiziano Ferro, altro che le parole hanno un peso e quelle menate lì. Per quel che riguarda il cast, invece, ma stiamo sempre dentro la bolla sanremese, intendiamoci, Amadeus ci ha azzeccato, proponendo alcuni vecchi leoni che hanno sorretto il tutto, penso a Tosca, a Masini, a Pelù, a Irene Grandi, a Le Vibrazioni, ai Gabbani, ai Zarrillo e alle Rite Pavoni, mettendoci a fianco artisti di levatura magari meno noti al grande pubblico, su tutti Rancore, gigantesco, o un Raphael Gualazzi uscito dritto dritto da una puntata di Miami Vice, infarcendo poi di nomi quasi mai fuori luogo, da Levante a Nigiotti a Jannacci, via via, fino a quelli che invece hanno proposto canzoni imbarazzanti, i già citati Junior Cally, Anastasio, Elettra Lamborghini. Ecco, la Lamborghini, se mai nel mio immaginario ci fosse abbastanza spazio anche per lei, mi avrebbe potuto deludere. Perché entrata nel cast in quanto Twerking Queen, si è poi presentata sul palco come cantante e basta, senza muovere il culo, lei che cantante non è affatto. Finendo quindi per portare a casa una serie di figuracce, e scomparendo sotto la voce del corista che ha provato suo malgrado a coprirla tutto il tempo.

Discorso a parte meriterebbe Achille Lauro, o meglio il Signor Michele, direttore artistico della maison Gucci, che ha messo in piedi tutto lo show sanremese fatto di mascheramenti e cosplying. Ecco, non esistesse ancora in vita una come Lady Gaga, che ha a sua volta usato un team per lavorare ai suoi progetti, ma ha avuto il buon gusto di tenerli un passo indietro, perché tanto c’erano le canzoni a reggere in piedi il tutto, si potrebbe gridare al miracolo. Invece viene da dire che, a parte il product placement gigantesco portato a casa da Gucci, secondo solo a quello di Nutella, che brandizzando la piazza Colombo dalla quale partivano i collegamenti esterni all’Ariston si è mangiata lo sponsor unico Tim, del suo passaggio sanremese non rimane molto, una canzone risibile portata sul palco con un po’ troppa arroganza maschia, visto che è contro il machismo che tutto si reggeva. Comunque in rete c’è chi ha spiegato assai meglio di me questo frammento del programma, Paolo Iabichino, su Vita.

Quello che invece è veramente rimasto, ma non sono certo io a doverlo certificare, è il solo momento di spettacolo che il Festival, malgrado uno dei due protagonisti, ci ha regalato. Il momento, cioè, in cui Morgan ha con quattro strofe cantate male sopra i coristi che gli doppiavano il testo originale, sancito l’eliminazione del brano Sincero dalla gara, nonché l’ingresso suo e di Bugo nella storia del Festival, primi artisti a essere squalificati per aver cambiato il testo della canzone presentata e per aver abbandonato il palco a esibizione in corso. In questa settimana, a meno che non viviate sotto una campana di vetro ve ne sarete accorti, è tutto un “la tua brutta figura di ieri sera” e tutta una serie di meme e di parodie. Certo, ci sono anche i tanti, troppi programmi che hanno dato spazio a Morgan, la madre, e via discorrendo, ma contiamo in una imminente crisi di governo, Matteo Renzi salvaci tu, per chiudere definitivamente la faccenda. Tanto sembra che altro di questo Sanremo non resterà agli atti. Certo, Elodie, con una videointervista dal suo quartiere natio, Quartaccio, fatta a Noisey, dico Noisey, eh, non alla BBC, ha dimostrato come si possa completamente cannare la comunicazione intorno a una artista o sedicente tale, andando a riempire la vacua cornice che la sua casa discografica e il suo ufficio stampa le hanno costruito intorno, Gino con le Mutande sei un vero King. E certo, i Pinguini Tattici Nucleari potranno pure ambire a un ruolo da Lo Stato Sociale 3.0, ma fossi in loro correrei presto a cambiare strategia, venendo fuori per quel che realmente sono, alla faccia, sempre della comunicazione fatta a cazzo.

Ecco, quello che resta, “brutte figure di ieri sera a parte”, e a parte qualche gran bella canzone, quelle degli artisti già citati sopra, è una mazzata sui denti prese da quelle discografiche che pensavano, e vantavano, una sorta di predominanza psicologica su questo Festival. Quella Universal che quest’anno si era ritagliata tutto questo spazio, e che dietro le quinte ipotizzava di accaparrarsi tutto il podio, per dire, ha finito per portare a casa come top player un settimo e decimo posto, non esattamente roba da farsi pompini a vicenda, per dirla con Mr Wolf.  Idem la Sony, che aveva più artisti in gara di chiunque, sul podio grazie ai Pinguini, ma niente di più. A vincere, mentre Achille Lauro si vestiva da Nostra Signora dei Sette Dolori, era Diodato, pettinatura e look da prete di campagna di quelli raccontati nei suoi primi romanzi da Ferruccio Parazzoli, forte di una gran voce e di una canzone che l’ha servita alla grande, in casa Carosello. Secondo Gabbani, ormai una sorta di garanzia al Festival, addirittura presente con una casa di edizioni, la Bmg Publishing. Quarte Le Vibrazioni con Artist First e sesta Tosca, con Leave, nona Irene Grandi, addirittura con la sua etichetta personale.

Anche i talent se la sono vista brutta, anche perché la Sala Stampa, inspiegabilmente destinata anche quest’anno a decidere il vincitore, Sala Stampa i cui principali alfieri è solita appoggiare il culo sulle poltrone di Amici, per dire, è di qualche settimana fa il triste spettacolo di nomi come Assante o Dondoni, di Vacalebre o chiunque vi venga in mente, lì a genuflettersi intellettualmente al cospetto di Nostra Signora della Televisione, ha mollato i propri pupilli della prima ora, su tutti Anastasio e Junior Cally, indicati dopo i primi ascolti come i più forti, per inseguire i soliti refoli di vento che volevano Diodato come vincitore. E fortuna che almeno stavolta ha vinto uno bravo.

Tutto da rifare, quindi.

Un vero disastro.

Specie di chi usava il
calibro per misurare la grandezza delle proprie dimensioni artistiche, leggi
alla voce discografici. Discografici che ci hanno rotto il cazzo a profusione
con il predominio della trap, con lo streaming, con le major che si stavano
mangiando il mercato, e poi a Sanremo ha dominato esattamente l’opposto,
artisti che fanno concerti, che hanno fatti la gavetta, che suonano e cantano.

Prima di andare al Festival,
mentre ero andato in Sony per ascoltare il singolo di Marco Masini, ripeto, con
Tosca e Rancore, e a seguire Pelù, Le Vibrazioni, Gabbani, Grandi e Gualazzi,
tra i migliori degli ultimi anni, ho incontrato Andrea Rosi, presidente della
major.

Ci si conosce da tempo, e
senza mai scadere nello scontro, ci si scambia opinioni quasi mai simili sul
reciproco lavoro (la Universal, invece, per dire, ha emesso contro di me una
fatwa che mi impedisce di incontrare i loro artisti, a parte quelli che se ne
fottono e mi incontrano lo stesso, sia messo agli atti). Vedendomi aggirare per
gli uffici, con tono piccato, mi ha chiesto che ci facessi io da quelle parti,
visto il mio considerare i discografici “tutti morti”.

“Non dici di noi che siamo
tutti morti,” ha appunto chiesto.

“Esattamente,” ho confermato.

“Che ci fai quindi qui? Sei
forse un necrofilo?”, mi ha chiesto, ironico ma anche un po’ piccato.

“Sono venuto a portare un
fiore,” ho risposto, “come si fa coi morti”.

Ecco, Sanremo, temo, la città dei fiori, ha finito la mia opera meritoria, seppellendo di fiori una discografia necrotizzata.

Una prece.





Fonte: http://www.optimaitalia.com/

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Updated: 14 Febbraio 2020 — 16:50
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