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Se Mahmood non è nuovo, lo è Irene Ghiotto, una voce da erezione dell’anima


Ci sono delle serie tv che, nel tempo, hanno cambiato il nostro modo di raccontare le storie. Dio non voglia che io mi metta a parlare di storytelling, ma questo è.

Per dire, prima di E.R., Medici in prima linea, l’idea di imbastire una serie complessa, con tanti protagonisti, e con linee narrative che si svolgevano nel corso degli anni, era impensabile. E prima di Hill Street Giorno e Notte era impensabile dedicare una serie a polizieschi destinati a finire puntualmente male, mostrando con compiacimento il lato oscuro della faccenda.

E gli esempi potrebbero essere davvero tanti, specie ultimamente che le serie hanno in qualche modo occupato una posizione importante nel nostro intrattenimento, in epoca di frantumazione e vaporizzazione dei palinsesti grazie all’on demand e a Netflix.

Bene, i Simpson (o Simpsons che dir si voglia) ci hanno abituato a una struttura narrativa piuttosto precisa, seriale, appunto. Si inizia con una sigla che ingloba parte di quello che potremmo andare a vedere (la frase scritta sulla lavagna da Bart, l’attimo in cui la famiglia si siede o dovrebbe sedersi nel famoso divano), c’è poi un incipit scoppiettante, e poi c’è la trama vera e propria, che quasi mai è collegabile all’incipit. Fine della puntata.

Ecco, fate conto che qui si sia in una puntata dei Simpson, gesto piuttosto vintage, oggi che gli omini gialli di Springfield non sono più così centrali nel nostro immaginario come in un passato neanche troppo remoto.

Quello che avete letto è la frase che Bart scrive sulla lavagna, sintetizzatela pure voi.

Ora c’è l’incipit, volutamente distante dalla trama vera e propria. Poi arriverà anche quella.

Aver scritto di Soldi di Mahmood parlando di contemporaneità, di novità, cercando di allargare il ragionamento, quindi, non tanto su Sanremo, che è sì lì, a qualche ora da noi, ma ormai archiviato come qualcosa di antico, ecco, aver scritto di Soldi di Mahmood in questi termini ha, ovviamente, riaperto la questione del gusto personale, del senso della critica musicale, e più in generale ha dato modo a uno stuolo di analfabeti funzionali di dimostrare la propria esistenza sul pianeta Terra.

Tra questi, seppur io stia a scrivere di musica tutti i giorni, e abbia quindi avuto più volte modo di spiegare nello specifico qual è il mio ragionamento riguardo il contemporaneo, la modalità di fruizione della musica nel contemporaneo, come questa modalità sia entrata a gamba testa dentro il tessuto compositivo, insomma, ci siamo spiegati, beh, nonostante tutto ciò, tra questi in molti mi hanno chiesto, più o meno garbatamente di spiegare cosa, allora, intendessi io oggi per nuovo o fresco.

Perché quello era un po’ il cuore del discorso, stando a loro: non tanto il fatto che quel tipo di suoni, anche quegli espedienti furbi e di chiara presa come il Clap, fosse roba sentita e risentita, basta dare un’occhiata alle classifiche del 2018 e del 2017, quanto il fatto che io non avessi contrapposto a Soldi qualcosa di fresco e nuovo. Come se fosse necessario farlo, come se ogni volta che si scrive di qualcuno sia sempre necessario fare paragoni, contrapposizioni, guerre tra bande.

Bene. Non la penso così, perché non vedo i miei articoli come singoli episodi. Sono appunto puntate di una serie, la mia Vinyl, probabilmente, o la Vinyl di cui io impersono una sorta di versione italiana di Richie Finestra, non per ruolo ma per attitudine, e non è che in ogni singolo episodio di una serie sia necessario fare il riassunto di tutto ciò che si è visto nelle puntate e volendo anche nelle stagioni precedenti. Si tende a dare un po’ tutto per scontato, e così deve essere. Se sei curioso di capire qualcosa che ti sfugge, o semplicemente se ti sei perso dei pezzi vai su Google e cerchi, non è che caghi il cazzo agli sceneggiatori e ai registi chiedendo spiegazioni.

Ecco.

Oggi farò un’eccezione a questa regola. E visto che sarò io a farla, non sarà la classica eccezione, ma sarà la mia eccezione alla mia regola.

Quindi, dopo aver ribadito, come ho pazientemente fatto in qualche commento, che se proprio volessimo stare a guardare al nuovo in ambito pop, senza neanche volerci sforzare di cercare nomi sconosciuti, quindi nuovi in quanto non ancora presenti nel nostro immaginario, potremmo serenamente guardare a quanto stanno facendo dei personaggi anche piuttosto in vista, penso a una Halsey, a un Post Malone, con le ovvie differenze di attitudine e di approccio che i due ci hanno dimostrato fin qui, ma anche una Billie Eilish, prodigiosamente divenuta visibile anche in Italia. Cioè, levare laddove lo streaming e soprattutto la modalità sbagliata di ascoltare in streaming ha compresso tutto, rubando frequenze e togliendo possibilità. Minimalismo sonoro, con le dovute differenze. Essenzialità, almeno apparente. Vuoto.

Ecco, dopo averi ribadito questo, e dopo avervi invitato a sentire cosa questi artisti stanno facendo, in un banale ambito pop, eh, mica nei localini jazz o negli studi dove si osa chissà quale sperimentazione, eccomi a provare a indicare dove, a mio parere (non modesto, figuriamoci), oggi alberga il nuovo.

Un nuovo che, ribaltando quella stronzata del “le note sono sette, tutto quel che si poteva fare è già stato fatto”, stronzata perché le note, anche solo volendo considerare quelle che usiamo noi occidentali, sono dodici, e perché non è affatto vero che sono state usate tutte in tutte le combinazioni, ovviamente, tanto più che una composizione non si basa mica solo su una linea melodica, ma anche sul rapporto tra questa, l’armonia, il ritmo, la dinamica, l’intenzione. Ecco, ribaltando quindi questa stronzata delle sette note, ecco un nuovo che proprio a tutta quella gamma di possibilità attinge, andando a immergersi in un piano compositivo complesso, non complicato ma complesso, e mirando chiaramente e compiutamente alla bellezza, in barba alle banalità e alla sciatteria.

Parlo di SuperFluo di Irene Ghiotto, album che, se mai voleste provare a cercarlo dopo aver letto queste mie parole, non troverete. O meglio, non troverete ancora, perché inedito. Inedito e in quella fase che prevede una sorta di pellegrinare in cerca di attenzione, fatto questo che mi induce a perdere quel residuo di fiducia nel genere umano o quantomeno in quella porzione di genere umano che lavora in discografia. Perché Irene Ghiotto, una voce che da sola induce a un’erezione dell’anima (scusate, ma non mi veniva altra sinestesia), e probabilmente, sono vecchio e stanco, non solo dell’anima, capace com’è di fornirci colori e sfumature e al tempo stesso di rimanere certa sulla nota, impeccabile e chiarissima, perché Irene Ghiotto, appunto, ha messo insieme dieci canzoni che, fossimo in un mondo mosso da un destino serio, la dovrebbero portare a finire nelle cuffie e nelle casse di chiunque ami la musica. Canzoni complesse, ripeto, ma mai complicate, che decidono in epoca di suoni sintetici di votarsi agli ottoni, ai tasti di legno di un piano, giocando sul ritmo, sui bassi, oggi che i bassi sono fuori frequenza, imbastendo frasi con parole desuete laddove oggi tutto è un racchiudibile in un vocabolario di quindici parole, andando a tirare fuori dei refrain che ti si incollano alle pareti del cervello e non li stacchi neanche infilandoti in un ferro da lana sotto l’occhio destro, come a provocarti una artigianale lobotomia. Canzoni di una bellezza quasi imbarazzante, di fronte al brutto che ci circonda, fatte di corpi, di sentimenti, con una personalità chiara e riconoscibilissima. Canzoni, ripeto, da erezione dell’anima.

Non fosse che una artista geniale e pura come lei non ha al momento una collocazione discografica, perché magari invece di rincorrere le mode sta semplicemente provando a indicare strade alternative e assai più panoramiche, vi direi di correre a sentirvi un gioiello pop come Assurdità, una vera hit fatta e finita, o Piccola apocalisse. O di chiudere gli occhi e lasciarvi cullare dalla ammaliante e al tempo stesso inquietante Cose.
Invece dovrete accontentarvi di ascoltare quello che passa il convento, convinti che sia la sola possibilità, oggi.

Questa che avete letto, per la cronaca, non è davvero una puntata di una serie tv. Anche se fa riferimento a altro articolo, e se volendo è parte di una narrazione più complessa. Non lasciate che, come ormai succede sempre più spesso, il finale sia agghiacciante come la realtà. Irene Ghiotto, segnatevi questo nome, seguitela sui social, chiedetene la pubblicazione, gridate il suo nome a gran voce. Resistere, resistere, resistere.

 

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Fonte: http://www.optimaitalia.com/

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Updated: 25 Febbraio 2019 — 17:00
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